Sbarco degli alleati in Italia

Il paese nel quale le conseguenze militari e politiche della guerra si fecero sentire più rapidamente fu l'Italia, che era sempre stata l'anello più debole della catena nazista ma che era anche la più esposta da un punto di vista geografico all'offensiva degli Alleati. La disastrosa ritirata lungo la costa nord-africana, dopo che per un momento Mussolini aveva sognato di poter entrare come trionfatore ad Alessandria, mise bruscamente a nudo una verità da sempre nota: che l'Italia non era preparata a un conflitto mondiale, che forse non lo sarebbe stata nemmeno se la guerra fosse incominciata nel 1942, ma che le sconfitte subite non erano il frutto di disgrazie occasionali bensì di deficienze strutturali, alle quali non si poteva rimediare con la fretta. La resistenza in Tunisia cessò il 10 maggio 1943 e da quel momento fu chiaro a tutti che, espulsi dall'Africa, gli Italiani sarebbero stati il primo obiettivo diretto dell'offensiva alleata: un'offensiva non più separata lungo due fronti convergenti ma comune e affidata al comandante supremo alleato, generale Eisenhower.

In realtà questa convergenza era più il frutto delle circostanze che della strategia. Gli Alleati finirono per essere risucchiati oltre le loro previsioni nelle conseguenze politiche dell'Operazione Torch. Infatti, dall'autunno 1942 i timidi scandagli, che sin dai primi mesi di guerra avevano mostrato come in Italia esistesse una corrente favorevole a una pace separata, divennero una massiccia offensiva politico-diplomatica. Quasi ogni ambiente politico italiano fece giungere a esponenti della diplomazia, della finanza o dell'esercito alleato notizia del crescente dissenso che ormai separava Mussolini dall'opinione pubblica del paese e, più ancora, dalle forze dìrigenti di esso. Se non esisteva un movimento di aperta rinascita democratica, esistevano elementi della casa regnante, esponenti del mondo industriale, della diplomazia e del mondo militare, e persino autorevoli rappresentanti del Partito fascista che si dichiaravano disposti a tentare di estromettere dal potere Mussolini, per aprire la via di un armistizio e di una pace separati, e persino di un completo rovesciamento di fronte da parte italiana. Queste manifestazioni toccarono il momento più importante quando di esse si fece portavoce lo stesso maresciallo Pietro Badoglio, già capo di Stato maggiore delle forze armate italiane, stretto collaboratore di Mussolini e, più importante ancora, reputato uomo vicinissimo a re Vittorio Emanuele III, cui sarebbero pur sempre spettate le risoluzioni finali. Questi segnali mostravano che l'Italia era ormai prossima al collasso e che le sue forze dirigenti cercavano di uscire dalla guerra con il minimo di danno possibile, trasformando Benito Mussolini nell'unico artefice delle scelte compiute nel 1939-40 (il che probabilmente era vero, sebbene fosse smentito dal successivo entusiasmo con il quale le gerarchie fasciste e molti Italiani avevano salutato le vittorie tedesche).

Il problema di come continuare le operazioni nel Mediterraneo era stato affrontato durante la Conferenza di Casablanca nel corso della quale Churchill e Roosevelt avevano deciso di disporre uno sbarco in Sicilia senza peraltro progettare nulla del seguito che tale sbarco avrebbe potuto avere. Inoltre, la proclamazione della formula di resa incondizionata aveva rallentato la pressione contro Mussolini.

Incertezza regnava anche sul fronte alleato dove ChurchilI dovette ancora una volta recarsi a Washington, dal 12 al 25 maggio 1943, all'indomani della resa italo-tedesca in Tunisia, per una lunga conferenza che prese, il nome in codice di Trident. Si manifestò, di nuovo, in questa occasione, la propensione britannica a sfruttare sino in fondo i risultati ottenuti in Africa, mediante un'invasione della penisola italiana e una pressione sulla Turchia perché, entrando in guerra,aprisse un fronte nuovo alle spalle dei Tedeschi che avevano íntanto cominciato a ritirarsi dal Caucaso e da Stalingrado, così da alleviare lo sforzo sovietico nella controffensiva contro le truppe germaniche. Queste tesi suscitarono il completo dissenso americano, poiché Roosevelt, Marshall e i loro collaboratori erano del parere che già Torch avesse fatto perdere tempo prezioso; che ormai non sarebbe stato più possibile uno sbarco in Francia entro il 1943 e che fosse necessario un rinvio al 1944; che proseguire oltre l'occupazione della Sicilia avrebbe reso ancora più lenti tali preparativi, e che tale obiettivo doveva essere abbandonato: pareri ai quali gli Inglesi finirono per piegarsi, forse immaginando che quanto stava accadendo in Italia avrebbe finito con il costringere gli uomini a prendere una via diversa.

Dopo la perdita dell'Africa, infatti, la crisi del fascismo si era accentuata. La fiducia di Vittorio Emanuele rispetto a Mussolini si incrinò. Forse sin dal gennaio 1943 il re incominciò a progettarne la sostituzione, ma la crisi precipitò per l'intrecciarsi diretto tra la vicenda militare e quella politica. Padroni dell'Africa, gli Alleati intensificarono i bombardamenti su obiettivi militari e civili in Italia e predisposero lo sbarco in Sicilia. L'l 1 e 12 giugno le loro forze sbarcarono sulle isole di Pantelleria e di Lampedusa, occupando una prima pur minima parte del territorio italiano. La notte fra il 9 e il 10 luglio ebbero inizio le operazioni di sbarco in Sicilia. Nonostante le vanterie di Mussolini, il quale aveva promesso agli Italiani che gli Alleati sarebbero statì respinti prima ancora di riuscire a mettere piede a terra, lo sbarco ebbe pieno e rapido successo. In sei settimane tutta la Sicilia era occupata e gli Alleati così rimettevano massicciamente piede in Europa, sul territorio di uno dei due paesi dell'Asse. Peraltro, più che le conseguenze militari, furono importanti le conseguenze politiche dello sbarco. Infatti esso ribadì la fragilità delle difese italiane e il dramma che tutto il paese stava per affrontare.

Il 19 luglio, Mussolini incontrò Hitler a Feltre, nel Veneto. L'incontro era, secondo le attese, il momento risolutivo nel quale Mussolini avrebbe dovuto spie gare all'alleato le ragioni dell'Italia, la necessità della pace, o quella dì un risoluto sforzo militare, che capovolgesse la situazione. Ma Mussolini dominato dall'abulìa della sconfitta tenne un atteggiamento del tutto passivo. L'incontro si risolse in un monologo di Hitler sulla sua certezza nella vittoria della Germania. Ma proprio quello stesso giorno, per la prima volta dall'inizio della guerra, l'aviazione alleata bombardò impianti militari e colpì obiettivi civili a Roma. Era un gesto simbolico dalla risonanza mondiale poiché tutti i paesi cattolici avevano supplicato i governanti alleati affinché risparmiassero la città che era anche il luogo della Santa Sede, un simbolo per i cattolici di tutto il mondo. Sebbene il bombardamento non fosse necessario, esso venne effettuato come una sorta di monito e di questo ebbe l'efficacia. Il fallimento del vertice di Feltre e il bombardamento di Roma fecero precipitare la situazione. Gli elementi fascisti che da mesi complottavano per rovesciare Mussolini, sperando che questo fosse l'uffico rimedio per la loro stessa sorte e, forse, per mantenere un certo controllo sul paese, d'accordo con la monarchia e con il governo di Londra, accelerarono la preparazione dei loro tentativi, guidati da Dino Grandi, ministro della Giustizia, ma gìà a lungo ambasciatore a Londra, da Galeazzo Ciano, che nel febbraio 1943 aveva perso il posto di ministro degli Esterì per diventare solo ambasciatore d'Italia presso la Santa Sede, ma che non nascondeva più la sua rinata ostilità verso i Tedeschi, e da Giuseppe Bottai, uno dei più lucidi esponenti della gerarchia fascista. Costoro persuasero il duce a riunire la sera del 24 luglio 1943 il Gran consiglio del fascismo, cioè l'organo supremo del Partito fascista, che Mussolini non convocava da anni; e in tale occasione misero Mussolini sotto stato d'accusa per glì errori compiuti, proponendo un ordine del giorno che chiedeva al duce di restaurare l'ordine previsto dallo Statuto del Regno d'Italia, restituendo al sovrano il compito di comandante supremo delle forze armate che Mussolini aveva assunto per sé all'inizio della guerra. Era una sconfessione che aveva un profondo e completo valore politico e che vide una netta sconfitta di Mussolini, attorno al quale rimasero solo pochi fedeli.

Frattanto, colpito dai medesimi segnali, anche Vittorio Emanuele aveva preso le sue decisioni e si era preparato a mettere fuori gioco Mussolini, per sostituirlo con un governo militare. Quando il duce si recò dal sovrano nel primo pomeriggio del 25 luglio, dopo una breve udienza, egli venne arrestato sulla porta della residenza reale e trasportato prima in una caserma, poi in una serie di rifugi segreti. Frattanto il re aveva incaricato il maresciallo Badoglio di costituire un governo militare, una delle cui prime decisioni fu lo scioglimento del Partito nazionale fascista. L'ondata di entusiastica esaltazione con la quale gli Italiani accolsero la notizia della caduta di Mussolini, assimilandola precipitosamente al rìtorno della pace, rese manifesto il profondo distacco ormai maturato in Italia fra le masse e il fascismo.

Badoglio non poteva però muoversi precipitosamente. Infatti i Tedeschi, avendo avvertito ciò che si stava preparando, avevano inviato in Italia nuovi contingenti che, presentatisi come alleati, si predisponevano a prendere il controllo della situazione non appena si fosse verificato qualche segno di cedimento da parte del governo di Roma. Si spiega in tal modo perché Badoglio dovesse seguire due vie: da un lato dichiarare pubblicamente, al momento dell'assunzione del potere, che la guerra a fianco della Germania continuava, dall'altro avviare i difficili contatti con i vincitori per rendere possibile il distacco dell'Italia dall'Asse nel modo più indolore. Un'operazione, questa, resa assai più complessa dalla proclamazione della formula di «resa incondizionata».

Gli avvenimenti italiani facevano crescere la confusione politica all'interno del campo alleato. Se l'occupazione della Sicilia esponevaiutta l'Italia a una facile conquista da parte degli Anglo-Americani, era giusto rinunciare all'occasione, in obbedienza al primato di Overlord? evidente che la risposta non poteva essere che negativa. Ma un'azione in Italia sollevava subito una seconda questione: come applicare la formula della «resa incondizionata»? Alla notizia della caduta di Mussolini, Churchill commentò l'avvenimento ai Comuni, dichiarando fra l'altro che sarebbe stato un errore distruggere tutta la struttura dello Stato italiano (come la nozione di resa incondizionata presupponeva);Roosevelt invece si attestò su una posizione più rigida e tale da determinare tutti i successivi sviluppi della vita italiana, poiché egli ribadì l'esigenza di una resa senza condizioni affermando che alla fine della guerra il popolo italiano avrebbe fatto la sua scelta,«sulla base dei principi di libertà e eguaglianza»; il che comportava solo un rinvio della decisione sulla sorte della monarchia per tutto il periodo di durata del conflitto, ma non anche una rinuncia a mettere in discussione la forma istituzionale italiana. Accanto a questa divergenza politica che rendeva manifesto l'appoggio britannico verso la. monarchia in Italia mentre lasciava aperte le opzioni americane, vi erano poi i dissensi sulla portata delle operazioni militari da intraprendere. Una rapida decisione avrebbe reso possibile il blocco dell'infiltrazione tedesca nella pe­nisola e l'occupazione del territorio italiano sino alla Valle del Po, con imprevedibili conseguenze sull'andamento di tutto il conflitto. Viceversa, la netta determinazione dei militari americani di tener fermo il primato delle operazioni lungo la Manica impedì che si progettassero imprese troppo vaste. Travolta dalla forza delle cose l'idea di uno sbarco in Sardegna, si fece largo l'ipotesi di uno sbarco a sud di Napoli, ma senza che venissero prese in proposito precise determinazioni.

Badoglio aveva scelto come ministro degli Esteri l'ambasciatore ad Ankara, Raffaele Guariglia, un diplomatico esperto e di sicura lealtà dinastica. Quando Guariglia giunse a Roma, il 29 luglio 1943, vennero prese le decisioni effettive in ordine ai modi per stabilire un contatto con gli Alleati e fu deciso che un emissario italiano il generale Giuseppe Castellano si recasse a Lisbona per conoscere i termini di resa che gli Alleati intendevano imporre. Ancor oggi è difficile dire se la procedura seguita dagli Alleati in quelle circostanze derivasse dalla relativa precipitazione con la quale le vicende italiane si svolsero oppure fosse il risultato di un preciso calcolo. Sta di fatto che il tema dell'armistizio con l'Italia venne scisso in due momenti. In una prima fase il rappresentante italiano avrebbe dovuto firmare un puro e semplice armistizio militare, in un secondo momento un'autorità politica italiana avrebbe dovuto sottoscrivere un documento assai più complesso, che avrebbe disposto analiticamente circa i modi secondo i quali la presenza alleata in Italia si sarebbe manifestata e dei poteri che le forze d'occupazione avrebbero esercitato, ovvero dei poteri che esse avrebbero lasciato alle autorità politiche esistenti.

Questo tema, apparentemente soltanto tecnico, conteneva un significato politico poiché il primo documento (o «breve armistizio», come poi esso venne chiamato) non poneva altro che la questione della fine delle ostilità con gli Alleati e la decisione di volgere le residue forze italiane contro i Tedeschi; il secondo invece (il «lungo armistizio»), regolamentando anche tematiche amministrative e politiche, presupponeva l'esistenza di un interlocutore capace di assumere impegni in tal senso, cioè la permanenza al potere del governo Badoglio e di quello del re, quali garanti di una resa che avrebbe dovuto essere invece senza condizioni. Vi era una contraddizione in termini, risolta dalla formula del rinvio al dopoguerra e dalla decisione di riconoscere frattanto come legittimi governanti dell'Italia la dinastia sabauda e il governo Badoglio, purché l'Italia dichiarasse guerra alla Germania. Ma attorno a questo sdoppiamento di decisioni si verificò un dibattito di rara complicazione. Questo dibattito, che ebbe le sue precoci manifestazioni durante la prima Conferenza di Quebec (Quadrant in codice), tenutasi dal 14 al 24 agosto fra i Joint Chiefs of Staff, alla presenza di ChurchilI e Roosevelt, riguardava il ruolo effettivo che l'Italia avrebbe avuto nei confronti dei vincitori e le opzioni di fondo della politica alleata in Italia. Sul primo di questi problemi venne delineandosi la formula che l'Italia, dopo la firma dell'armisfizio e la dichiarazione di guerra contro la Germania, avrebbe potuto dichiararsi «cobelligerante» e non «alleata» degli Anglo-Americani contro i Tedeschi.

L'altro problema era invece strettamente legato ai modi tecnici nei quali l'armistizio sarebbe stato eseguito. Da parte italiana si chiedeva che esso fosse accompagnato da un invio di truppe trasportate via nave, o paracadutate il più a nord possibile rispetto a Roma poiché questa era la condizione necessaria per dare un contenuto concreto sia all'armistizio sia al rovesciamento di fronte che la cobelligeranza imponeva. Ciò avrebbe consentito al governo e al re di rimanere nella capitale, senza esporsi alle rappresaglie tedesche. Da parte alleata vi furono varie schermaglie in proposito, con una fondamentale ambiguità, dettata se non altro dal fatto che, in quel momento, il comando alleato non disponeva di risorse adeguate per una copertura aerea di operazioni che si svolgessero a nord di Salerno. Nelle intenzioni alleate, del resto, l'armistizio era parte integrante delle operazioni di sbarco a Salerno e quindi strumentale rispetto a esse: consapevoli delle difficoltà dell'operazione, gli Alleati assegnavano un valore notevole al caos che l'annuncio dell'armistizio avrebbe provocato in Italia.

Perciò il governo italiano accettò di firmare il «breve armistizio» (ciò che accadde il 3 settembre 1943 e fu reso noto l'8 settembre successivo), nella speranza di un immediato intervento militare anglo-americano presso Roma, intervento che non si verificò e che costrinse governo e famiglia reale a una precipitosa fuga verso il porto di Ortona sull'Adriatico dove il gruppo fu prelevato per essere trasportato a Brindisi, liberata pochi giorni prima dagli Alleati, che avevano frattanto intrapreso le operazioni di sbarco sul territorio continentale. Da quel momento, il governo Badoglio divenne l'interlocutore ufficiale degli Alleati; gli venne riconosciuto, da una dichiarazione formulata durante la Conferenza di Quebec, che le condizioni dell'armistizio sarebbero state addolcite in funzione della partecipazione italiana alla guerra contro i Tedeschi e gli venne affidato il compito di amministrare alcune province italiane. Il 29 settembre Badoglio si recò a Malta, dove per la prima volta gli furono comunicati i termini del lungo armistizio», che praticamente poneva l'Italia sotto il completo controllo del governo alleato. Il primo ministro italiano cercò di addolcire alcune clausole e cercò persino di ottenere dagli Alleati, mercé l'appoggio britannico, l'inclusione di esponenti del gruppo fascista dissidente (in primis Dino Grandi) nel suo governo. Non ottenne nessuna concessione e apprese che invece l'Italia sarebbe stata governata sotto la supervisione di una Commissione di controllo.

Invero, l'intera operazìone dì Badoglio aveva mirato a salvaguardare l'avvenire della dinastia, che restava invece condizionato dalla determinazione americana di sottoporre il futuro istituzionale dell'Italia al voto popolare dopo la fine della guerra e che era stato messo in gioco dalla precipitosa fuga da Roma alla quale il re era stato costretto. Così, l'uscita dalla guerra di una delle due potenze dell'Asse avveniva nel modo il più possibile caotico. I limiti dell'impegno mìlitare alleato impedivano un pieno sfruttamento della vittoria. Le indecisioni alleate e la risolutezza della risposta nazista trasformarono l'opportunità di aprire un fronte nel quale risucchiare forze tedesche che avrebbero dovuto essere sottratte ai fronti principali esattamente nella situazione opposta, e cioè nella creazione di un fronte lungo il quale un numero relativamente ridotto di Tedeschi tenne bloccati per quasi due anni un numero piuttosto elevato di soldati anglo-americani, che avrebbero potuto essere utilizzati in maniera strategicamente più efficace. Questa situazione consentì anche la ricomparsa di Mussolini (fortunosamente liberato dalla prigionia e trasportato in Germania, prima di essere rispedito in Italia) alla testa del governo di una Repubblica sociale italiana, dall'impronta crudamente antimonarchica, ma anche animata da pesanti contraddizioni che laceravano i pochi consensi di cui essa godeva e che la condizionavano al predominio militare tedesco, pur nella fase calante di questo. Si sviluppava un crescente movimento di resistenza che avrebbe fortemente influenzato la vita italiana e reso più aspro il modo di vivere di coloro che avevano creduto che la caduta di Mussolini significasse anche l'arrivo della pace.
Intanto, nell'Italia del Sud, gli Alleati dovevano mettere alla prova per la prima volta la loro capacità di governare i paesi «conquistati» o «liberati», comunque da riportare alla democrazia. Dinanzi alla loro prima grande vittoria, dovevano trovare il modo di trasformarla da vittoria anglo-americana in vittoria comune della coalizione antinazista. Dovevano cioè misurare il coinvolgimento sovietico rispetto alle questioni di governo in Italia. Ai problemi di dove e come vincere insieme una guerra diversa contro nemici eguali, incominciavano ad affiancarsi e poi a sovrapporsi quelli riguardanti il modo di operare insieme per completare la vittoria, ma soprattutto per costruire un sistema di pace durevole. Più durevole di quello effimero del 1919.