La Rivoluzione Scientifica nel '600

La rivoluzione scientifica del Seicento esprime in pieno un processo di rinnovamento radicale del sapere occidentale. La stessa nozione di progresso scientifico a partire da Copernico, e successivamente con Keplero, Galileo e Cartesio, costituisce il fondamento di un ottimismo illuministico, destinato a sottolineare la supremazia dei moderni sugli antichi e a condizionare tutta la storia della civiltà del Settecento. La "nuova immagine della scienza, - scrive lo storico della filosofia Paolo Rossi - d'altro lato, era l'atto di nascita di un nuovo tipo di sapere inteso come una costruzione perfettibile, che nasce dalla collaborazione degli ingegni, che necessita di un linguaggio specifico e rigoroso, che ha bisogno per sopravvivere e crescere su se stesso, di proprie specifiche istituzioni: un tipo di sapere che tende a elaborare proposizioni 'vere' e a formulare asserzioni 'vere' intorno al mondo e che concepisce queste 'verità' come qualcosa che va sottoposto alla prova degli esperimenti e al confronto con teorie alternative".

In maniera altrettanto diversificata si presenta la figura dell'uomo di scienza, dello scienziato, del "filosofo naturale": si deve aggiungere, cioè, che i protagonisti di queste trasformazioni non erano più i tradizionali letterati umanisti, cresciuti sullo studio dei classici latini e greci.

Per tutta questa generazione di studiosi, i classici costituivano ancora materia di discussione, di riflessione e di applicazione scolastica. Nelle università europee e nei collegi, nelle accademie, nelle biblioteche e in tutti gli altri centri di diffusione del sapere era normalissimo che si leggessero Aristotele, Cicerone, Tacito, Machiavelli, Virgilio, Platone, San Tommaso, Dante, Sant'Agostino ecc., poiché questo corpus di autori rappresentava il fondamento dei programmi e dei corsi scolastici. Eppure essi furono auctores senza auctoritas, letture essenziali ma non più determinanti e vincolanti a una verità dogmatica, in quanto il sapere divenne uno strumento di ricerca e di scavo in direzione del nuovo, dell'incognito, dello sperimentabile.

Nel Seicento europeo viene a modificarsi radicalmente il protagonista dell'elaborazione e diffusione del sapere. L'intellettuale non si identifica più e unicamente con il letterato di tradizione umanistica: accanto ai detentori di questo sapere teorico troviamo infatti numerose altre figure. Tecnici, artigiani, architetti, ingegneri reintrodussero accanto alla conoscenza fondata sui libri, quella di tipo pratico-empirico: in tal modo l'attività culturale divenne sempre meno separata dalla pratica materiale. La scienza, da disciplina teoretico-contemplativa e astratta, si aprì alla verifica sperimentale superando l'opposizione che separava le cosiddette arti liberali (grammatica, retorica, dialettica, aritmetica, geometria, astronomia e musica) dalle arti meccaniche (armatura, medicina, venatio, lanificium, navigatio, theatrica, architettura, pittura, ecc.).

I ceti intellettuali del Seicento si presentarono come caratterizzati da una forte eterogeneità interna: astronomi e matematici impegnati nell'università; medici, agrimensori, viaggiatori, navigatori, ingegneri, avventurieri, costruttori di strumenti, farmacisti, ottici, chirurghi. "Per diventare 'scienziati' - scrive ancora lo storico Paolo Rossi - non erano del resto necessari né il latino, né la matematica, né un'ampia conoscenza di libri, né una cattedra universitaria. La pubblicazione sugli atti delle accademie, l'appartenenza alle società scientifiche erano aperte a tutti, professori, sperimentatori, artigiani, dilettanti".