Gabriello Chiabrera

Il caposcuola del classicismo, Gabriello Chiabrera, nasce a Savona nel 1552. Trascorre l'infanzia e la giovinezza a Roma, dove viene educato presso i Gesuiti, ma mostra presto un'indole violenta e ribelle, e a causa di una rissa viene bandito dallo Stato pontificio. Anche in seguito gli accadrà di restare coinvolto in litigi, ferimenti e omicidi, che lo costringeranno a cambiare spesso città. Nel 1582 ritorna a Savona e muta radicalmente vita. Presentandosi sotto la veste di gentiluomo serio, colto e rispettabile, ottiene, grazie all'affidabilità che suscita, vari incarichi pubblici e ambascerie, prima nella città natale, poi presso i Medici, che nel 1600 gli assegnano uno stipendio; a Firenze partecipa alle riunioni della Camerata de' Bardi. Soggiorna poi alla corte dei Savoia e presso il papa Urbano VIII a Roma. Muore a Savona nel 1638.
Durante i suoi numerosi viaggi il Chiabrera conosce artisti celebri come il Bronzino e frequenta diverse corti, delle quali assimila ed esalta ideali e modelli di vita, facendosi interprete del gusto mondano tipico di quegli ambienti; le sue opere infatti rivelano il desiderio di compiacere e adulare i Signori e di intrattenere garbatamente la loro cerchia durante gli incontri e le feste cortigiane.

L'abbondantissima produzione letteraria del Chiabrera comprende Canzoni e Canzonette (1591), Maniere de' versi toscani (1595), Alcuni scherzi (1599), Vendemmie di Parnaso (1605), e inoltre numerose favole boscherecce, intermezzi "da recitar cantando", tragedie di impianto classico e rinascimentale, i Sermoni, un'autobiografia in terza persona e cinque dialoghi.
Come la maggior parte degli intellettuali dell'epoca, anche il Chiabrera tende a dilettare attraverso la tecnica della "meraviglia". Una testimonianza di questo desiderio di piacere e stupire viene dai versi seguenti: "In mare irato, in súbita procella / invoco te, nostra benigna stella", che sono bilingui, poiché suonano uguali ed hanno lo stesso significato in italiano e in latino. Di fatto il Chiabrera ha con la poesia barocca un rapporto contraddittorio: ne accetta i presupposti teorici, ma li interpreta secondo criteri diversi. Anch'egli afferma la necessità di orientarsi verso il nuovo e di sperimentare forme inusitate, ma al contrario del Marino ricerca soluzioni piú sobrie ed equilibrate. Infatti sostiene che "il poeta [...] dee fare che chiunque volge lo sguardo in lui rimanga meravigliato, ma intendendo di far ciò, egli dee essere discreto e contenersi nei confini della ragione".

Gli argomenti sono per l'autore soltanto un trascurabile spunto per l'esercizio dello stile; egli preferisce infatti dedicarsi allo studio del lessico, delle figure retoriche e soprattutto della metrica, che deve essere composta di versi variabili tra le quattro e le dodici sillabe. L'alternanza di soluzioni metriche consente, secondo l'autore, di ottenere la novità e di non stancare il pubblico, offrendogli una poesia sempre diversa. I suoi modelli sono in primo luogo i lirici greci, Anacreonte, Saffo, Pindaro e Simonide; ma egli si ispira anche ai poeti francesi della Pléiade.