Emanuele Tesauro

Nel corso del Seicento il gesuita Emanuele Tesauro (1592-1675) rappresenta una delle voci piú interessanti nel quadro della trattatistica letteraria. Autore di tre volumi di Panegirici e di alcune tragedie, il Tesauro si dedicò a una vasta opera teorica, Il cannocchiale aristotelico, pubblicato una prima volta nel 1654 e, in edizione definitiva, nel 1670. Il denso volume del Tesauro si inserisce nella ricca tradizione del concettismo barocco, con la funzione di definire gli elementi fondamentali della retorica classica e moderna e sulla scia della Retorica aristotelica, un'opera che visse, tra Cinque e Seicento, un periodo di straordinaria fortuna.
Ecco come esordisce il Tesauro nel primo capitolo del Cannocchiale aristotelico: "Un divin parto dell'ingegno, piú conosciuto per sembianti che per natali, fu in ogni secolo e appresso tutti gli uomini in tanta ammirazione che, quando si legge e ode, come un pellegrino miracolo, da quegli stessi che nol conoscono, con somma festa e applauso è ricevuto. Questa è l'argutezza, gran madre d'ogni ingegnoso concetto; chiarissimo lume dell'oratoria e poetica elocuzione; spirito vitale delle morte pagine; piacevolissimo condimento della civil conversazione; ultimo sforzo dell'intelletto; vestigio della divinità nell'animo umano". I due punti di riferimento del Tesauro con la Retorica di Aristotele sono rappresentati dalla poetica elocuzione (elocuzione come si vede è riferito non piú alla retorica in senso stretto, ma più in generale alla poetica), e dall'argutezza, modello di ogni concettismo ingegnoso. La poetica elocuzione è un risultato aristotelico, come del resto anche la nozione di argutezza. Nel terzo capitolo del libro III della Retorica Aristotele scrive "l'arguzia sorge, quanto all'elocuzione, in quattro modi" (Retorica, III, 3, 1405b) di cui l'ultimo riguarda la metafora. Ovviamente anche il discorso del Tesauro si articola in una teoria della metafora, elaborata nella seconda parte del Cannocchiale. Tutta la costruzione teorica del Tesauro è filtrata da Aristotele e dai trattatisti del Cinquecento della scuola padovana che attribuirono un maggiore rilievo alla retorica "produttiva". Tesauro ricalca il termine ingegno dalla arguzia e dalla ambiguità aristoteliche: all'interno delle "arguzie umane", come le chiama Tesauro, viene stabilita la metafora, "gran madre di tutte le arguzie umane". L'ingegno è ciò che produce, insieme al furore (afflato, passione, pàthos) e all'esercizio, i sensi polivalenti del linguaggio, le figure ambigue.

Ingegno e argutezza in Tesauro sono praticamente sinonimi: rappresentano degli artifici, come del resto è un artificio la metafora, disancorati da una utilità sociale e devono in fondo produrre novità e meraviglia. L'argutezza coincide però anche con la metafora: argutezza vuole essere quindi un termine per riferirsi a una teoria del mondo, a una forma di conoscenza artificiosa, estremamente complessa e meravigliosa. Da questo punto di vista il progetto del Tesauro è una teoria della ambiguità, dello scarto dalla norma; il linguaggio poetico va arricchito di metafore, di trasposizioni di senso, in maniera da ottenere dilatazioni di significato, polisemie, rimandi complessi del linguaggio, e ancora eleganza della scrittura letteraria, densità espressiva allo scopo di realizzare un apprendimento e un uso dilettoso della letteratura. Scrive il Tesauro nel capitolo intitolato Trattato della metafora: "E di qui, cioè dalla metafora nasce la maraviglia, mentre che l'animo dell'uditore, dalla novità sopraffatto, considera l'acutezza dell'ingegno rappresentante e la inaspettata imagine dell'obietto rappresentato. Che s'ella è tanto ammirabile, altrettanto gioviale e dilettevole convien che sia: però che dalla maraviglia nasce il diletto, come da' repentini cambiamenti delle scene e da' mai piú veduti spettacoli tu sperimenti".

Il discorso di Tesauro affronta il tema della "meraviglia", anch'esso di matrice aristotelica, arricchito da una quanto mai moderna ripresa del tema dello straniamento o scarto dal valore normale (denotativo) della parola letteraria. In sostanza Tesauro ha di fronte il secondo capitolo della Retorica (III, 2, 1404b): "Poiché infatti gli uomini provano, rispetto al linguaggio, la stessa impressione che rispetto agli stranieri e ai concittadini per questo bisogna rendere peregrina la dizione: giacché gli uomini sono ammiratori di cose lontane, e ciò che produce meraviglia è piacevole". Tesauro ritiene che il lettore debba provare nella lettura un senso di compiacimento, deve cioè apprendere (docere) divertendosi (delectare). Per questo egli ipotizza una teoria del discorso ambiguo, straniante e enfatico, ovvero metaforico.
In ultima analisi si dovrà tenere conto del valore fortemente innovativo del discorso di Tesauro intorno alla metafora: quando si parla, a proposito della età barocca, di metaforismo per designare il gusto e le poetiche di quel periodo, si intende sottolineare l'alto grado di significazione a cui tendono i modelli letterari, superando il canone mimetico-imitativo della tradizione classica e rinascimentale.
Tuttavia l'uso della metafora come strumento di rappresentazione della realtà è un fenomeno comune a molti trattatisti dell'età barocca: contemporanei alla stesura del libro di Tesauro sono anche gli scritti di Matteo Peregrini (1595 ca.-1652) Delle acutezze, che altrimenti spiriti, vivezze e concetti volgarmente si appellano (1639), e il grande contributo del gesuita spagnolo Baltasar Graciàn (1601-1658) Agudeza y arte de ingenio (Acutezza e arte dell'ingegno) composto tra il 1642 e ultimato nel 1648.