Alfieri: Viaggio a Vienna e a Berlino

Nel 1766, uscito dall'Accademia militare di Torino, Vittorio Alfieri iniziò una serie di viaggi in Italia e in Europa che descrisse nella sua autobiografia, Vita di Vittorio Alfieri scritta da esso, iniziata a partire dal 1790. I viaggi, attraverso i quali egli cercava sfogo al suo carattere inquieto e al suo animo ribelle, scandivano le tappe di un'esistenza febbrile, tra amori, duelli e passioni nei quali si esplicava al meglio la vocazione tragica e il temperamento forte e drammatico di Alfieri. Nel resoconto dei luoghi da lui visitati traspare il disgusto per gli ambienti cortigiani delle grandi capitali e il fascino che i paesaggi del Nord gli ispirano. Nel maggio del 1769 si reca a Vienna, città che a suo parere condivide con Torino le "picciolezze... senza averne il bello della località": qui disdegna la frequentazione del Metastasio per il quale prova disprezzo, avendolo scorto alla corte di Maria Teresa d'Austria genuflettersi servile al cospetto dell'autorità. Soggiorna poi a Berlino, che gli appare come una "universal caserma prussiana" e gli richiama alla memoria l'"infame mestier militare".

Per la via di Milano e Venezia, due città ch'io volli rivedere; poi per Trento, Inspruck, Augusta, e Monaco, mi rendei a Vienna, pochissimo trattenendomi in tutti i suddetti luoghi. Vienna mi parve avere gran parte delle picciolezze di Torino, senza averne il bello della località. Mi vi trattenni tutta l'estate, e non v'imparai nulla. Dimezzai il soggiorno, facendo nel luglio una scorsa fino a Buda, per aver veduta una parte dell'Ungheria. Ridivenuto oziosissimo, altro non faceva che andare attorno qua e là nelle diverse compagnie; ma sempre ben armato contro le insidie d'amore. E mi era a questa difesa un fidissimo usbergo il praticare il rimedio commendato da Catone. Io avrei in quel soggiorno di Vienna potuto facilmente conoscere e praticare il celebre poeta Metastasio, nella di cui casa ogni giorno il nostro ministro, il degnissimo conte di Canale, passava di molte ore la sera in compagnia scelta di altri pochi letterati, dove si leggeva seralmente alcuno squarcio di classici o greci, o latini, o italiani. E quell'ottimo vecchio conte di Canale, che mi affezionava, e moltissimo compativa i miei perditempi, mi propose più volte d'introdurmivi. Ma io, oltre all'essere di natura ritrosa, era anche tutto ingolfato nel francese, e sprezzava ogni libro ed autore italiano. Onde quell'adunanza di letterati e di libri classici mi parea dover essere una fastidiosa brigata di pedanti. Si aggiunga, che io avendo veduto il Metastasio a Schoenbrunn nei giardini imperiali fare a Maria Teresa la genuflessioncella di uso, con una faccia sì servilmente lieta e adulatoria, ed io giovenilmente plutarchizzando, mi esagerava talmente il vero in astratto, che io non avrei consentito mai di contrarre nè amicizia nè familiarità con una Musa appigionata o venduta all'autorità despotica da me sì caldamente abborrita. In tal guisa io andava a poco a poco assumendo il carattere di un salvatico pensatore; e queste disparate accoppiandosi poi con le passioni naturali all'età di vent'anni le loro conseguenze naturalissime, venivano a formar di me un tutto assai originale e risibile.

Proseguii nel settembre il mio viaggio verso Praga e Dresda, dove mi trattenni da un mese; indi a Berlino, dove dimorai altrettanto. All'entrare negli Stati del gran Federico, che mi parvero la continuazione di un solo corpo di guardia, mi sentii raddoppiare e triplicare l'orrore per quell'infame mestier militare, infamissima e sola base dell'autorità arbitraria, che sempre è il necessario frutto di tante migliaia di assoldati satelliti. Fui presentato al re. Non mi sentii nel vederlo alcun moto nè di maraviglia nè di rispetto, ma d'indegnazione bensì e di rabbia: moti che si andavano in me ogni giorno afforzando e moltiplicando alla vista di quelle tante e poi tante diverse cose che non istanno come dovrebbero stare, e che essendo false si usurpano pure la fama e la faccia di vere. Il conte di Finch, ministro del re, il quale mi presentava, mi domandò perchè io, essendo pure in servizio del mio re, non avessi del giorno indossato l'uniforme. Risposigli: perchè in quella Corte mi parea ve ne fossero degli uniformi abbastanza. Il re mi disse quelle quattro solite parole di uso; io l'osservai profondamente, ficcandogli rispettosamente gli occhi negli occhi; e ringraziai il cielo di non mi aver fatto nascere suo schiavo. Uscii di quella universal caserma prussiana verso il mezzo novembre, abborrendola quanto bisognava.

Partito alla volta di Amburgo, dopo tre giorni di dimora, ne ripartii per la Danimarca. Giunto a Copenhaguen ai primi di decembre, quel paese mi piacque bastantemente, perchè mostrava una certa somiglianza coll'Olanda; ed anche v'era una certa attività, commercio, ed industria, come non si sogliono vedere nei governi pretti monarchici: cose tutte, dalle quali ne ridonda un certo ben essere universale, che a primo aspetto previene chi arriva, e fa un tacito elogio di chi vi comanda; cose tutte, di cui neppur una se ne vede negli Stati prussiani; benchè il gran Federico vi comandasse alle lettere e alle arti e alla prosperità, di fiorire sotto all'uggia sua. Onde la principal ragione per cui non mi dispiacea Copenhaguen si era il non esser Berlino nè Prussia: paese, di cui niun altro mi ha lasciato una più spiacevole e dolorosa impressione, ancorchè vi siano, in Berlino massimamente, molte cose belle e grandiose in architettura. Ma quei perpetui soldati, non li posso neppur ora, tanti anni dopo, ingoiare senza sentirmi rinnovare lo stesso furore che la loro vista mi cagionava in quel punto.