"Il Mattino" di Giuseppe Parini

Nel 1763 il letterato torinese Giuseppe Baretti fondò a Venezia il quindicinale "La Frusta Letteraria", periodico che ebbe soprattutto il merito di diffondere in Italia le idee illuministiche. Praticamente unico recensore della rivista, Baretti vi esercitò la sua professione di critico acuto, spesso impietoso, recensendo autori e opere letterarie; le polemiche suscitate dai suoi interventi portarono, due anni dopo la sua prima pubblicazione, alla chiusura del periodico. Diversamente egli trattò invece Giuseppe Parini nell'articolo del primo numero della "Frusta" (1° ottobre 1763), commentandone l'opera in versi sciolti Il Mattino, prima parte del poema didascalico Il Giorno. Baretti elogia Parini come "uno di que' pochissimi buoni poeti che onorano la moderna Italia", esalta lo stile ironico e sarcastico con cui il poeta satireggia la classe dei nobili e lo esorta a continuare a scrivere le altre parti del poema.

Il conte Baldassarre Castiglione che sapeva le belle creanze molto meglio che non la maniera di scriver bene in volgare, dice in qualche luogo del suo Cortigiano, che le "leggi della maschera richiedono che una persona mascherata non sia salutata per nome da uno che la conosce malgrado il suo travestimento". Conformandomi a questo urbanissimo precetto io non dirò chi sia l'autore del Mattino, poiché l'autore del Mattino ha giudicato a proposito di non porre il suo nome in fronte all'opera sua, e di starsene anzi, dirò così, appiattato dietro il suo quadro per sentirne i liberi giudizi de' passeggieri. Ma siccome il conte Castiglione non proibisce di dire a' nostri circostanti quanto bene vogliamo d'una persona in maschera da noi conosciuta, e conosciuta degna d'elogio, così io non mi farò scrupolo di dire che l'incognito autore del Mattino è uno di que' pochissimi buoni poeti che onorano la moderna Italia. Con un'ironia molto bravamente continuata dal principio sino alla fine di questo poemetto, egli satireggia con tutta la necessaria mordacità gli effemminati costumi di que' tanti fra i nostri nobili, che non sapendo in che impiegare la loro meschina vita, e come passar via il tempo, lo consumano tutto in zerbinerie e in illeciti amoreggiamenti. Egli descrive molto bene tutte le loro povere mattutine faccende, e le uccella talora con una forza di sarcasmo degna dello stesso Giuvenale. Temo però che la sua satira non produca quel frutto che dovrebbe produrre, perché è scritta qui e qua con molta sublimità di poesia; e que' nobili che dovrebbero leggerla seriamente per correggersi di que' difetti e di que' vizi che in essa sono maestrevolmente additati e cuculiati, non intendono né la sublime poesia né l'umile.


Ma, o frutto o non frutto che la tua satira produca, io ti esorto, abate elegantissimo, a non deludere la speranza, che ne dài nella prefazione, di scrivere anche il Mezzodì e la Sera de' tuoi effemminati nobili. Dacci il quadro finito, che te ne avremo obbligo, e contrapporremo senza paura i tre canti del tuo poema al Lutrin di Boileau e al Rape of the Lock di Pope, massimamente se ti darai l'incomodo di ridurre i tuoi versi sciolti in versi rimati.


Diamo ora un'idea del buon modo di poetare di questo valentuomo, trascrivendo qui alcuno de' suoi versi. Ecco com'egli s'introduce a descrivere e come poi descrive il Mattino del suo muliebre cavaliere:

Sorge il mattino in compagnia dell'alba

innanzi al sol che di poi grande appare

sull'estremo orizzonte a render lieti

gli animali, e le piante, e i campi, e l'onde.

Allora il buon villan sorge dal caro

letto, che la fedel sposa e i minori

suoi figliuoletti intiepidir la notte;

e sul collo recando i sacri arnesi

che prima ritrovâr Cerere e Pale,

va col bue lento innanzi al campo e scuote

lungo il picciol sentier da' curvi rami

il rugiadoso umor, che quasi gemma

i nascenti del sol raggi rifrange.

Allora sorge il fabbro, e la sonante

officina riapre, e all'opre torna

l'altro dì non perfette, o se di chiave

ardua e ferrati ingegni all'inquieto

ricco l'arche assecura, o se d'argento

o d'oro incider vuol gioielli e vasi

per ornamento a nuove spose e a mense.

Ma che? Tu inorridisci, e mostri in capo

qual'istrice pungente irti i capegli

al suon di mie parole? Ah non è questo,

signore, il tuo mattin! Tu col cadente

sol non sedesti a parca mensa, e al lume

dell'incerto crepuscolo non gisti

ieri a coricarti in male agiate piume,

come dannato è a far l'umile vulgo!

A voi, celeste prole, a voi, concilio

di semidei terreni, altro concesse

Giove benigno, e con altr'arti e leggi

per novo calle a me convien guidarvi.

Tu fra le veglie e le canore scene

e il patetico giuoco oltre più assai

producesti la notte; e stanco alfine

in aureo cocchio col fragor di calde

precipitose ruote, e calpestìo

di volanti corsier lunge agitasti

il queto aere notturno, e le tenèbre

con fiaccole superbe apristi intorno,

siccome allor che il siculo terreno

dall'uno all'altro mar rimbombar feo

Pluto col carro, a cui splendeano innanzi

le tede delle Furie anguicrinite.

Così tornasti alla magion; ma quivi

a novi studi t'attendea la mensa

che ricoprian pruriginosi cibi,

e licor lieti di francesi colli

e d'ispani e di toschi, e l'ungarese

bottiglia, a cui di verde edera Bacco

concedette corona, e disse: siedi

delle mense reina. Alfine il sonno

ti sprimacciò le morbidette coltri

di propria mano, ove, te avvolto, il fido

servo calò le seriche cortine,

e a te soavemente i lumi chiuse

il gallo che li suole aprire altrui.

 

 

Sentite ancora, leggitori, con qual vivo e galante modo il nostro poeta dipinge il maestro di ballo che visita il suo cavaliere:

 

 

...Egli all'entrar si fermi

ritto sul limitare; indi elevando

ambe le spalle, qual testudo il collo

contragga alquanto, e ad un medesmo tempo

inchini il mento, e con l'estrema falda

del piumato cappello il labbro tocchi.

 

 

Ah! mi par di vederlo quel Monsù Pas-de-deux con quelle sue scimmiottesche smorfie!