Niccolò Machiavelli: Il pensiero

Il Machiavelli si propose di definire l'attività politica come categoria dello spirito umano. Egli pertanto è da considerarsi un filosofo della politica.

Se la politica serve a regolare i rapporti degli uomini che vivono in una determinata comunità (stato) e delle varie comunità tra loro, è necessario, per stabilire le "leggi" dell'attività politica, conoscere prima quelle che sovrintendono alla natura dell'uomo. Questo studio si può fare analizzando i fatti storici con l'intento di mettere a nudo la psicologia dell'uomo e scrutando profondamente nell'animo dei contemporanei con cui si viene a contatto. Il Machiavelli si fa quindi storico non per vocazione di storico, ma per dedurre dallo studio del passato le leggi universali della natura umana. Questo studio lo induce a considerare l'uomo un "fenomeno" della Natura (concezione naturalistica) soggetto a leggi fisse ed immutabili: insomma l'uomo, nella sua struttura intima, è oggi quello che è sempre stato e che sempre sarà: ed è egoista, vile, fedifrago (concezione pessimistica), più portato a fare il male che il bene.

Scoperte le leggi universali della natura umana, è possibile da esse dedurre "leggi" universali dell'attività politica. La quale, fondandosi anch'essa su leggi fisse ed immutabili, deve essere considerata una "scienza" (Machiavelli fu il primo filosofo a considerare la politica un scienza).

Il Machiavelli si sforza quindi di indicare le "leggi" della politica e, pur essendo ideologicamente favorevole al governo repubblicano e in qualche modo democratico, riferisce il suo discorso alla figura del Principe (cioè del monarca assoluto) in quanto la sua attenzione è rivolta all'Italia del suo tempo, divisa in tanti piccoli stati, deboli ed in lotta tra di loro, mentre egli vorrebbe che l'Italia fosse uno stato unitario capace di competere con le altre potenze europee (Spagna, Francia, ecc. ): egli, infatti, più volte ribadisce che in ogni sorta di speculazione filosofica bisogna tenere sempre l'occhio rivolto alla "verità effettuale", cioè alla realtà, e considerare le cose come effettivamente sono e non come dovrebbero essere, cioè come noi vorremmo che fossero.

Quindi, delineando la figura del Principe, il Machiavelli definisce le "leggi" universali della politica.

Il Principe deve essere un uomo superiore, dotato di intuito, intelligenza, sagacia, risolutezza, coraggio, ma anche spregiudicatezza (tutte queste qualità rientrano globalmente nel termine machiavelliano di "virtù"); deve avere l'astuzia della volpe e la forza del leone; deve essere buono ma saper essere cattivo perché deve badare più ad essere temuto che ad essere amato; non deve avere scrupoli di natura morale nel senso ordinario della parola, perché la "morale politica" prescrive un solo imperativo categorico: l' "utile" dello Stato (mentre la "morale comune" serve soltanto come metro per giudicare le azioni umane comuni da un punto di vista astratto e ideale); deve servirsi della religione come strumento della sua attività politica (il Machiavelli, ateo, ammetteva l'ineluttabilità delle religioni, dando la propria preferenza alla religione pagana, che esaltava le virtù pratiche e mirava al miglioramento della vita terrena, anziché a quella cristiana, che esaltava le virtù spirituali e mirava al conseguimento di un bene ultraterreno).

La "virtù" del Principe, però, per somma che sia, non sempre ottiene successo. Spesso, infatti, la sua azione è ostacolata dalla "Fortuna", cioè da fatti e circostanze imponderabili che intervengono nella vicenda, dividendosene il governo a metà con la volontà e l'iniziativa dell'uomo. In questi casi il Principe deve cercare di opporsi con tutte le sue forze alla Fortuna e volgerla a suo favore.