I volgarizzamenti del Due e Trecento

Il Segre mette in rilievo il rapporto reciproco fra la prosa originale e la traduzione dei testi classici, che si nutrono e si arricchiscono a vicenda, a vantaggio della prosa sia letteraria, sia storica, sia di pensiero.

Questa complementarietÓ anche oggettiva dell'attivitÓ letteraria originale e del volgarizzamento Ŕ importante per la retta impostazione storica del problema delle traduzioni: perchÚ ci invita a disegnare i loro rapporti con lo svolgimento della prosa con linee che seguano il pi˙ docilmente possibile i momenti attivi e quelli passivi, i punti di forza e i rilassamenti. La storia dei volgarizzamenti Ŕ una striscia scindibile solo per comoditÓ espositive dal fascio luminoso della prosa: la vicenda delle traduzioni risponde, al pari di quella delle opere originali, agli incitamenti di un gusto che si trovava in quegli anni in fase di effervescenza. E' utile e necessario rilevare il patrimonio di elementi fornito dall'esercizio della traduzione al prosatore che si sentiva dentro pi˙ precisi e prepotenti i nuovi ideali; ma erano questi ideali, man mano che venivano alla luce della sua coscienza (manifestandosi sempre pi¨ limpidamente nelle sue opere) a suscitare il suo interesse per i classici, a sfumarne pi˙ finemente i tratti prima abbozzati da una finalitÓ pratica e approssimativa: per tradurre vi deve essere il desiderio di tradurre. E poi la traduzione portata a termine, la traduzione scritta, Ŕ una sola delle tante traduzioni che lo scrittore ha fatto per sÚ, leggendo, penetrando sempre pi˙ a fondo nel mondo che vuole conquistare. Vorremmo dunque evitare di attribuire ai volgarizzamenti un'efficacia determinante ed univoca nei rispetti della letteratura originale; e considerarli piuttosto come un riflesso analizzabile della luce che si veniva gettando sul gran mare del mondo classico, attribuendo loro, invece che una precedenza, un ideale parallelismo con le altre espressioni del pensiero letterario. Sostituiremmo insomma la formula: volgarizzamento <-> prosa originale, all'altra superficiale e, se non corretta da infinite riserve teoriche, pericolosa: volgarizzamento -> prosa originale.

Il nome di Brunetto Latini Ŕ, come s'Ŕ visto, quello che con maggior diritto pu˛ ambire ad essere citato per primo a rappresentante del nuovo modo di vedere i classici e della nuova concezione del volgarizzamento. Bono Giamboni, che senza turbamenti teoretici ma con vera sensibilitÓ linguistica compiva a Firenze, negli stessi anni, una feconda attivitÓ volgarizzatrice, sia per l'indole degli autori scelti, quasi tutti religiosi e medievali (ma Orosio e Vegezio avevano ancora un certo profumo di classicitÓ), sia perchÚ il suo modo di volgarizzare era piuttosto un rimaneggiare che un tradurre, va collegato con le correnti di gusto pi˙ popolare e di forma pi˙ divulgativa; la sua coscienza della latinitÓ non Ŕ certo molto chiara e scaltrita. Ma appunto per questo, e per la costante mancanza di una corrispondenza puntuale col testo latino, il suo stile cosÝ maturo e sapiente Ŕ saggio notevole di una possibilitÓ di amalgama tra le vive tendenze del volgare e quanto dei modelli latini poteva servire al suo maturarsi; saggio che Ŕ confortato significativamente da un esame del Libro de' Vizi e delle Virtudi, dove, assente ogni supporto diretto di un testo latino, la struttura sintattica non subisce alcun cedimento.

Nei volgarizzamenti della prima metÓ del Trecento vediamo concretarsi, attraverso il comportamento del traduttore rispetto al suo testo, quella visione della classicitÓ che circoli letterari e uomini di gusto cercavano di conquistare sempre pi˙ limpida cacciandone la polvere degli anni. Albertino Mussato celebrava gli scrittori latini e imitava Livio; GÝovanni del Virgilio esprimeva la sua vena naturalistica in esametri virgiliani che sarebbero stati trascritti dal Boccaccio, quasi a indicarci l'assimilazione, in Firenze, delle idee dei cenacoli preumanistici settentrionali; il Petrarca andava a caccia di codici che collazionava da buon filologo, e dava la spinta pi˙ potente agli studi classici, mettendosi al centro di uno scambio culturale che nel ricordo della latinitÓ ignorava le frontiere politiche. Col Boccaccio infine venivano a contatto, secondo queste nuove idealitÓ, la prosa volgare e lo studio classico: l'andamento della lingua volgare fattasi adulta s'atteggiava immediatamente su un pensiero che giÓ del contenuto classico aveva adottato, come e quanto gli servivano, le strutture.

Lo studio della classicitÓ .ingenera nei volgarizzatori uno scrupolo che in precedenza avevano ignorato: mentre la loro stessa capacitÓ stilistica e la loro cultura si sono sviluppate con rapiditÓ da stupire (basta confrontare i prologhi dei volgarizzamenti: per esempio quello di Brunetto al Pro Ligario con quello di Alberto della Piagentina al suo Boezio o quello della quarta Deca di Livio), il testo ispira loro, si direbbe, un timore reverenziale prima ignorato. I primi traduttori erano pi˙ disinvolti: Bono Giamboni rifaceva a modo suo girando al largo delle difficoltÓ; Brunetto cercava di tradurre con precisione, ma non temeva di incorrere in qualche anacronismo, nÚ aveva scrupolo a trasportare la retorica ciceroniana nell'arringo comunale. Nel linguaggio penetravano di continuo parole e forme nuove, ma pianamente, senza lotta. Invece quanto pi˙ chiaro appare, nel desiderio del possesso, il contrasto della nuova con la vecchia cultura, il traduttore si fa inquieto, teme che il suo linguaggio non sia all'altezza dell'originale, ne violenta lessico e sintassi. Inquietudini di un valore positivo, s'intende; e violenze in cui il volgare mostrerÓ la propria attitudine a foggiarsi secondo formule pi˙ complesse; ma in un primo tempo sembra che la lingua si rifiuti, e le traduzioni hanno qualcosa di sforzato e ingenuo insieme, che ci colpisce, specie dopo un confronto con le pi˙ antiche. E c'Ŕ altro, fra le cause di questo diverso modo di tradurre: c'Ŕ che nel Trecento vengono volgarizzati pure i testi poetici, Ovidio prima di tutto, e Virgilio e Lucano (altro, e ben notevole, segno dei tempi). Nel testo poetico il processo espositivo Ŕ tenuto insieme, pi˙ che dalla progressione dei fatti e delle idee, dall'unitÓ della visione: che Ŕ pi˙ difficile da riprodurre in sÚ, e ricreare con la scrittura. Per questa difficoltÓ, presentatasi pure ai lettori, che erano avvezzi ad altro, ai lunghi romanzi di Francia - e per le durezze, forse, della traduzione - a questi volgarizzamenti arrise minore fortuna (tranne che per quelli di Ovidio, ce lo dice il numero dei codici); eppure essi rappresentano in un certo senso, per l'attenzione ai particolari peculiari e lo scrupolo di fedeltÓ nella traduzione, la punta massima di codesto sforzo di comprensione e di assimilazione.