Arte Egizia

L'età predinastica e arcaica

La storia dell'arte egiziana è una disciplina relativamente recente. È solo a partire dai primi decenni del secolo scorso che Champollion, il decifratore dei geroglifici, ponendosi in aperto contrasto con le affermazioni di Winckelmann e dei suoi stessi contemporanei che definivano "curiosità" i prodotti artistici dell'Antico E., osava affermarne la grandezza. Da allora gli studi e le scoperte hanno grandemente arricchito la nostra valutazione critica con l'apporto di una straordinaria quantità e varietà di materiale che le favorevoli condizioni climatiche hanno contribuito a conservare. Si tratta di materiale generalmente ben datato, grazie alle iscrizioni che quasi sempre accompagnano ogni categoria di monumenti. È tuttavia un'arte sostanzialmente anonima (pochi sono i nomi degli artisti e quasi sempre non connessi con le loro realizzazioni) e di cui si ignorano in genere i fondamenti teorici, contrariamente a quanto avviene, p. es., per la storia dell'arte greca e romana. Tralasciando i manufatti di età predinastica, che pure raggiungono livelli di notevole raffinatezza nell'industria ceramica e litica (culture di El-Badâri e di Naqâda), all'inizio dell'epoca storica le più importanti testimonianze figurative sono quelle stesse che ci forniscono i dati per la ricostruzione degli avvenimenti. Si tratta di teste di mazza e di tavolozze in schisto (analoghe a quelle che venivano usate per stemperare il belletto, ma aventi qui la funzione di offerta rituale) su cui sono raffigurati gli avvenimenti che portarono all'unificazione dell'Egitto. Tali la mazza del Re Scorpione e la tavolozza di Narmer in cui si trovano, già mature, alcune delle convenzioni e dei motivi tipologici che continueranno poi lungo tutta la storia dell'arte egizia: la rappresentazione del corpo umano come complesso di elementi frontali e laterali, l'uso di registri per indicare valori spaziali, il gusto della composizione ritmica, i canoni di misura che regolano le proporzioni delle figure. Dell'architettura di quest'epoca, trattandosi in genere di costruzioni in mattoni crudi, poco è rimasto. Le tombe e i cenotafi (Menfi e necropoli di Abido) dei sovrani e dei grandi funzionari sono già chiaramente scandite nei due elementi che saranno sempre caratteristici della sepoltura egizia: l'infrastruttura destinata a contenere il cadavere e il suo corredo e a essere chiusa definitivamente dopo il funerale, e la sovrastruttura con il luogo per l'offerta, accessibile ai vivi. Nelle tombe più ricche la sovrastruttura ha un muro perimetrale a nicchie che risale forse a modelli mesopotamici. L'ultimo frutto dell'impostazione narrativa arcaica si ha nel complesso funerario di Gioser a Saqqâra, la cosiddetta piramide a gradoni. Qui per la prima volta la tomba regale viene nettamente differenziata da quella dei funzionari, con l'adozione di una sovrastruttura composta da più mastabe sovrapposte (tombe a tumulo rettangolare, a pareti rastremate), che sarà l'antecedente tipologico della piramide. Intorno sono vari edifici che riproducono in pietra quelli più antichi di canne, legno e mattoni crudi ove avvenivano le cerimonie del culto, specie quelle volte a esaltare il re-dio.

L'Antico Regno (2778 a.C.-2220 ca.)

Nell'età menfita, soprattutto durante la IV dinastia, l'impulso accentratore della regalità divina produsse anche nelle arti i suoi frutti. Il linguaggio formale, dettato dagli artisti della capitale, diventa sommamente stringato, intellettuale, tendente a un'impassibile geometria. Il monumento tipico dell'epoca, la piramide (di cui gli esempi più famosi sono le tre piramidi di Cheope, Chefren e Micerino a El Gîza), può servire da paradigma per questa concezione. Essa forse deriva tipologicamente e concettualmente dalla piramide a gradoni, ma in realtà se ne distacca profondamente. Si ha qui e nei templi annessi, come nelle mastabe dei funzionari, un'architettura volta a creare forme geometriche pure, prive di interesse per gli spazi interni che si riducono a piccoli vani, quasi scavati nell'interno di una roccia. La medesima concentrazione e lo stesso rigore stilistico si osservano nella scultura a tutto tondo e nel rilievo. Le statue dei sovrani e dei funzionari della IV dinastia non indulgono a ricerche descrittive o espressive; l'individualità del personaggio rappresentato non è quasi mai affidata ai dati fisiognomici, ma ad altri elementi: il nome scritto, le caratteristiche tipologiche del volto, dell'atteggiamento o dell'abbigliamento. Perfino le statue dei sovrani, come quelle di Chefren e di Micerino, pur nella presenza di alcuni dati fisiognomici, sono più astratte idealizzazioni che veri ritratti. Fanno eccezione solo alcune mirabili realizzazioni alle quali sarebbe difficile negare il carattere di ritratto: la statua di Hemiunu (Hildesheim, Museo) e il busto di Ankhhaf (New York, Metropolitan Museum). Si vedano invece per confronto le due statue in calcare dipinto di Rahotep e Nofre al Cairo. Durante la V e VI dinastia questo rigore si allenta, in coincidenza con il rinascere delle spinte centrifughe da parte degli ambienti provinciali. Qui le vecchie tradizioni che non si erano mai spente, pur sotto l'influsso delle scuole della capitale, riprendono vigore, senza abbandonare le conquiste stilistiche dell'epoca precedente, e introducono nuova linfa vitale nell'astratto tessuto del rigorismo menfita. Vi è un'aspirazione all'individualità che nella statuaria produce alcuni mirabili capolavori quali lo Scriba del Louvre e lo Scekh el-Balad, e nella figurazione piana dà origine agli splendidi rilievi che ornano gli ambienti interni delle mastabe: scene di caccia, pesca, allevamento del bestiame, offerte funerarie. Simile interesse narrativo si ha in alcune statuette di personaggi deformi e di servitori intenti a macinare il grano o a fare la birra, in cui la rottura degli schemi tradizionali sarà fecondo germe di rinnovamento per le realizzazioni future. Nell'architettura si abbandona l'astrattezza geometrica in favore di un più sciolto articolarsi delle strutture e degli elementi che le compongono. Le piramidi regali più piccole hanno templi funerari in cui colonne a capitello floreale si sostituiscono ai nudi pilastri del tempio di Chefren e le pareti sono ravvivate da rilievi. Anche le mastabe dei funzionari vengono scavate all'interno per creare le stanze per il culto e la camera per la statua (serdab).I templi dedicati al culto solare riprendono forse modelli arcaici, incentrati su un pilastro all'aperto circondato da un cortile, di cui il più imponente doveva essere il santuario di Eliopoli. Il tempio di Abu Gurab, costruito da Neuserra, è l'unico di cui si possa ricreare l'aspetto, mentre scarse tracce si hanno di quello di Userkaf. Nel periodo intermedio il processo di allentamento della tensione menfita per opera degli ambienti provinciali giunge alle sue estreme conseguenze. Le botteghe provinciali, abbandonate a se stesse, senza la possibilità di innestare le proprie esperienze su una solida cultura formale, raggiungono talvolta risultati felici per vivacità e freschezza di ispirazione, ma nella maggior parte dei casi si hanno soltanto conquiste casuali o informi abbozzi. Così p. es. nelle figurazioni piane si abbandona la rigida composizione a registri per una più istintiva visione spaziale, senza però riuscire a concretare queste esperienze in un coerente linguaggio formale (decorazioni nelle tombe del Medio E. a Beni Hasan, Asyût, Nag el Deyr; nel sud a El Mu!alla, a Gebelein; e, sul confine merid., vicino ad Aswân).

Statua di Chefren 

(proveniente da El-Gîza)

 

Il Medio Regno (2000 a.C.-1785 ca.)

È solo con l'inizio del Medio Regno e con la riconquista dell'unità nazionale che queste esperienze vitali, confluendo nuovamente sul filone tradizionale, diventano linguaggio stilistico. Il primo importante monumento risale appunto al riunificatore dell'E., Mentuhotep I ed è il suo tempio funerario a Deir el-Bahari. Qui una piccola piramide si innalza su un basamento a due ordini circondato da porticati e un altro porticato trasversale dà accesso agli ambienti funerari scavati nella montagna. Vi si sentono le esperienze dell'architettura menfita e insieme dell'architettura funeraria provinciale, con le sue tombe scavate nella roccia, ma rinnovate da un'esigenza di rendere più mossi gli spazi. È ancora una architettura di soli esterni, ma sentiti in modo assai diverso dalla lineare purezza menfita. Anche le statue del fondatore, completamente avvolte in un bianco mantello, nella loro voluta rozzezza appaiono programmaticamente perentorie, nell'intento di affermare la riconquistata regalità. La XII dinastia si mantiene in questa linea, ponendosi con ancor maggiore coerenza alla riconquista della tradizione. I sovrani adottano di nuovo la piramide come sepoltura (anche se con assai minore impiego di mezzi), ma di essa, e in genere dell'architettura di quest'epoca, poco è rimasto. Dei templi divini, per la maggior parte distrutti per far luogo a edifici più recenti, restano un piccolo tempio a Medinet Madi nel Faiyûm e un sacello per la barca sacra a Karnak (ricostruito da blocchi reimpiegati in un pilone del tempio di Karnak), aventi entrambi una pianta assai semplice: santuario a tre celle preceduto da un atrio con colonne quello di Medinet Madi, padiglione periptero quello di Karnak. La statuaria dell'inizio della dinastia ricalca, forse un po' freddamente, i moduli menfiti (come le statue di Sesostri I da el-Lisht) e il linguaggio formale si fa più caldo e spontaneo solo verso la fine della dinastia e particolarmente nei ritratti di Sesostri III e Amenemhat III, in cui i volti dei sovrani appaiono, in contrasto con le serene e idealizzate immagini del re-dio menfita, emaciati, affaticati e oppressi dal peso del potere e delle responsabilità. Nel rilievo e nella pittura, che da questo momento vanno acquistando sempre maggiore importanza, prevale l'interesse narrativo, il gusto di riprodurre avvenimenti notevoli e atipici, come il trasporto di un colosso e l'arrivo di tribù asiatiche che è pretesto a un gioco di colori.

Il tempio funerario della regina Hatshepsut 

(Deir el-Bahari)

Il tempio di Karnak

 

Il Nuovo Regno (1580 a.C.-1085 ca.)

Con la XVIII dinastia l'E., reduce dalla vittoria sugli Hyksos, avanza in Asia e ne riporta ricchezze che vengono distribuite tra le diverse classi della popolazione. L'allargarsi del numero dei fruitori del prodotto artistico fa sì che questo tenda a trasformarsi in prodotto di artigianato, sia pure di altissimo livello, che si avvale di tecniche raffinate e di una lunga tradizione, cui si aggiunge una sensibilità per il decorativo propria dell'arte siro-palestinese. La capitale è trasferita a Tebe, luogo di origine della dinastia e sede di culto del dio nazionale, Ammone, considerato patrono della rinascita e delle feconde conquiste asiatiche, e al quale i sovrani dedicano templi grandiosi. Sulla riva orient. del Nilo, dove aveva sede la città, si sviluppano i due templi monumentali di Karnak e di Luxor che, iniziati dai primi sovrani della XVIII dinastia, continueranno poi a essere ampliati in tutte le epoche successive. In essi lo spazio e l'architettura non sono più forme geometriche impenetrabili, ma insiemi articolati in cui si può entrare, muoversi, in cui luci e ombre vivificano interno ed esterno ormai concepiti come un tutto unico. Tra gli edifici più notevoli, il cosiddetto "salone delle feste" di Thutmose III, a pianta basilicale, col tetto a due livelli sostenuto da colonne a forma di pali da tenda, e il nucleo del tempio di Luxor, dovuto ad Amenofi III, in cui il cortile è preceduto da un grande corridoio a colonne. Sulla riva occid., invece, sorgono le necropoli in cui le tombe regali, per maggiore sicurezza, sono nascoste nelle viscere della montagna (Valle dei Re e Valle delle Regine), mentre i templi funerari, prima connessi col sepolcro, e ora totalmente scissi, sorgono nella parte pianeggiante al di qua della catena libica. Capolavoro dell'epoca è il tempio di Hatshepsut, dovuto all'architetto Senmut (uno dei pochi di cui si conosca il nome), costituito da terrazze porticate a livelli successivi, innalzantisi per mezzo di rampe fino all'alta parete rocciosa che sovrasta la regione ed entro la quale si scavano gli ambienti del santuario. L'architettura si inserisce con grande eleganza nell'ambiente naturale, sull'esempio certo del precedente tempio di Mentuhotep che sorge accanto, ma con un'audacia innovatrice ancora maggiore. La scultura, il rilievo e la pittura dell'inizio della dinastia riflettono appieno le ricerche di eleganza formale. Un linguaggio più sciolto si ha nella pittura, ampiamente usata nella decorazione delle tombe, che spesso trova accenti di estrema freschezza e vivacità, specie quando riesce a liberarsi dalle pastoie della tradizione e delle scene prefissate e inventa particolari inediti, con una tecnica di pennellata sciolta e vivace, senza linea di contorno. In questo mondo elegante e composto, di grazia sorridente, piomba la violenza della rivoluzione amarniana che, specie all'inizio, nei colossi e nei rilievi di Karnak, rovescia programmaticamente e provocatoriamente ogni ricerca di eleganza, accentuando in senso espressionistico tutte le spiacevolezze del modello che è, in questo caso, il faraone stesso. A El Amârna, la nuova capitale fondata in onore del disco solare, il linguaggio si fa più misurato senza però abbandonare quella ricerca della Maat (la verità) che è alla base di tutta la riforma di Ekhnaton. C'è l'esigenza di rappresentare la vita nel momento in cui si sta svolgendo, nel suo movimento, nel suo variare, e perciò col gusto del particolare, delle forme sgraziate in contrapposto all'ideale bellezza dei modelli precedenti. Il faraone demiurgo diventa il soggetto principe, non più ritratto aulicamente sul trono, ma colto nelle situazioni quotidiane, mentre accarezza la sposa Nefertiti o tiene amorosamente in collo le figliolette o piange disperato la morte di una di esse. Il linguaggio formale è qui incentrato su ricerche luministiche; la luce crea la forma e la fa mutare volta a volta secondo il punto di vista da cui la si osserva. Basti osservare la mirabile serie di sculture trovate nello studio dello scultore Thutmose. Con l'abbandono di El Amârna e la rinuncia agli ideali religiosi che ne erano a fondamento, anche la violenza rivoluzionaria del linguaggio artistico cade a favore di una vera e propria restaurazione, che però non potrà eliminare le conquiste ormai raggiunte: una maggior libertà nelle raffigurazioni, l'abbandono degli schemi e un ritmo sempre più narrativo e quotidiano, sia che si raffiguri il sovrano nell'intimità, sia che vengano narrate le sue imprese guerresche, come nei rilievi di Ramesse II e III, con le scene della battaglia di Qadesh e delle lotte contro i Popoli del Mare, veri manifesti propagandistici destinati a tutto il popolo. Si sviluppa in quest'epoca la pianta del tempio che diventerà canonica: pilone, cortile porticato, ipostila (sala a colonne), vestibolo, santuario. L'esterno è un nudo muraglione, animato sulla facciata dalla presenza del pilone, costituito da due alte torri rastremate ai due lati della porta; l'interno intende mostrare la sempre maggiore sacertà dei luoghi man mano che si avanza verso il sacrario, diminuendo gli spazi e accentuando le ombre. Si rovesciano qui i rapporti architettonici dell'età menfita: là si era trattato di un'architettura solo di esterni, qui invece è quasi esclusivamente l'interno che appare degno di attenzione. Vi è anche in quest'epoca uno straordinario gusto del colossale, sia nella scultura sia nell'architettura, che trova il suo apice in Ramesse II, infaticabile costruttore, e nel suo successore e imitatore Ramesse III. Al primo risalgono, tra l'altro, la grande sala ipostila di Karnak, il Ramesseo (il suo tempio funerario) e i due templi di Abu Simbel; al secondo il tempio fortezza di Medinet Habu (tempio funerario cinto da un muro con torri e ornato da monumentali figurazioni a rilievo) e il tempio di Khonsu a Karnak.


Tempio di Ramesse II ad Abu Simbel

Ingresso del "piccolo tempio" della dea Hathor

(Abu Simbel)

 

Dalla Bassa Epoca (1085 a.C.-332 ca.) all'Epoca Greca (332 a.C.-30 ca.)

Il periodo di decadenza seguito alla morte di Ramesse III è caratterizzato dalla produzione su larga scala di statuette di bronzo, tra cui emerge quella ageminata d'oro, d'argento e di elettro della "Divina Adoratrice" Karomama (ora a Parigi, Louvre). Intorno al 725 una dinastia nubiana penetra in E. col proposito di restaurarvi la vera tradizione egizia. Così, di fronte alle ormai stremate raffinatezze delle dinastie XXI-XXIV, si riafferma, durante la XXV dinastia, una rude vigoria che ha i suoi modelli nelle età più antiche, con un senso un po' esteriore della forza che si esprime con teste tonde e corpi pesanti, e un nuovo amore per il ritratto. Queste tendenze sono portate avanti dalla XXVI dinastia saitica, che ancora più scolasticamente si rifà ai modelli dell'Antico e Medio Regno. Si ripetono tipi, abbigliamenti, atteggiamenti ormai abbandonati da secoli, con un gusto per la perfezione tecnica, per l'impiego di materiali difficili da lavorare (pietre dure, come il basalto, raggiungono la levigatezza del bronzo). L'ultimo periodo della storia egiziana, quello della dinastia tolemaica (323-30 a. C.), vede coesistere due culture che non riescono a fondersi. Alessandria diventa centro brillantissimo di cultura ellenistica, mentre nel resto del Paese continua stancamente la cultura indigena. Vi furono tentativi di compromesso tra le due arti, specie nei primi momenti, come nella tomba di Petosiri a Ermopoli, ma non ebbero seguito. Statue di Tolomei o di imperatori romani in costume egiziano sono sovente ibridi fastidiosi. Gli unici accenti di credibilità si hanno in alcuni ritratti, dove le esperienze dell'età saitica si fondono con quelle dell'ellenismo creando un tipo che, pur restando nell'ambito dell'ellenismo, ha un suo proprio accento che lo differenzia da quello degli altri Paesi ellenizzati. E sempre nel campo del ritratto si avranno nella tarda età romana i cosiddetti ritratti del Faiyûm, dipinti su tavole o anche su tela e posti sul volto del morto. L'arte più propriamente indigena continua anch'essa con un accentuarsi di ricerche luministiche e un farsi più sensuale delle forme. Statue e rilievi di questo periodo hanno un'accentuata unità stilistica, tanto più notevole quanto più l'elemento indigeno va perdendo importanza politica. E tuttavia a quest'epoca di sfacelo risalgono alcuni tra i templi meglio conservati dell'E., estrema concessione dei regnanti alla religione e alle tradizioni nazionali. La pianta è ormai codificata nella successione dei suoi elementi, si moltiplicano cripte e corridoi nascosti a rendere sempre più chiusa e soffocata in se stessa una religione ridotta a pratica cultuale, e anche i rilievi che ornano le pareti e le colonne hanno ormai riferimento soltanto al culto. Tra gli esempi più straordinari si ricordano i templi di Dendera di Kôm Ombo,, di Edfu, dell'età tolemaica; quello di Kalabsha dell'età augustea e soprattutto il mirabile complesso degli edifici di File, cui Traiano aggiunse l'elegante chiosco. Con la diffusione del cristianesimo ha inizio nel sec. IV una nuova fioritura artistica nell'E. cristiano, che trova la sua splendida stagione nell'arte copta, sviluppatasi tra il sec. V e il VI.

Veduta del tempio di Dendera

Il tempio tolemaico di Kôm Ombo