La Scapigliatura (1862)

In Italia, negli anni immediatamente post-unitari, si avverte un clima di crisi. Esauriti gli ideali risorgimentali, emergono problemi sociali, insieme agli squilibri economici derivati dalla trasformazione del Paese da agricolo in industriale. Nasce la questione meridionale e si evidenziano le differenze fra gli intellettuali del Mezzogiorno e quelli del Nord, testimoni del processo di industrializzazione. Roma, capitale dal 1870, ambisce a diventare luogo di elaborazione della cultura nazionale.
Nel campo artistico, avvertita l'inadeguatezza dei propri modelli espressivi, si cerca una collocazione culturale più avanzata: così che alcuni giovani, dietro l'impulso del superamento della tradizione, manifestano, insofferenti, desideri di innovazione.
In questo clima diffuso di "ribellione' artistica e di ricerche innovative nei diversi campi culturali, si segnala in Italia, fra la metà degli anni Sessanta e la metà degli anni Settanta, la Scapigliatura, che rappresenta l'unica avanguardia artistica e in gran parte letteraria italiana dell'Ottocento.
Questo termine appare per la prima volta nel romanzo "La Scapigliatura e il 6 febbraio" del milanese Carlo Righetti, uscito nel 1862. Si riferisce a quei giovani d'ingegno, anticonformisti, irriquieti, in continua rivolta contro l'ordine e la tradizione, dominati dalla febbrile ricerca di valori radicalmente alternativi nella società, nella morale e nell'arte.
È stato un fenomeno tipicamente urbano, dai risvolti politici e sociali, con espressioni più significative nell'area milanese e di minor accento a Torino e Firenze.
In arte, il personaggio più importante, noto a livello europeo, è Medardo Rosso; gli altri artisti, Giuseppe Carnovali detto il Piccio, Daniele Ranzoni, Tranquillo Cremona e lo scultore Giuseppe Grandi, tuttavia, raggiungono risultati che non vanno oltre alla polemica antiaccademica, al gusto per la sfumatura cromatica e al tentativo di cercare di unificare tutte le espressioni artistiche.