Giambattista Basile

Giambattista Basile nasce a Napoli forse nel 1575, da famiglia modesta. Poco si sa della sua prima giovinezza. Nell'ultimo scorcio del secolo lascia la città natale per Venezia; là si arruola al servizio della Repubblica e viene inviato a Candia, minacciata dai Turchi. Nel 1608 torna a Napoli e viene introdotto nell'ambiente cortigiano dalla sorella Adriana, celebre cantante; qui comincia ad affermarsi in campo letterario con Il pianto della vergine (1608) e con le rime giovanili Madriali et ode (1609). Compone anche una favola marinaresca, Le aventurose disaventure (1610). Nel 1613 raggiunge la sorella alla corte mantovana dei Gonzaga e stampa le Opere poetiche, ma dopo un breve soggiorno è di nuovo a Napoli, dove per qualche tempo svolge attività di filologo e di editore, pubblicando le Rime di Galeazzo di Tàrsia, di Giovanni Della Casa e di Pietro Bembo. In seguito, tra il 1615 e il 1632 (anno della sua morte, avvenuta a Gugliano, un feudo nei pressi di Napoli), è governatore regio in varie zone del Regno, senza per questo interrompere l'attività letteraria e di editore. In vita, pubblica L'Aretusa e le Imagini delle piú belle dame napoletane ritratte da' lor propri nomi in tanti anagrammi; escono invece postumi i suoi capolavori: Lo cunto de li cunti [Il racconto dei racconti] (1634-1636) e Le Muse napolitane (1635), oltre all'incompiuto Il Teagene, edito a cura della sorella nel 1637.

L'opera che ha reso famoso il Basile è Lo cunto de li cunti o vero Lo trattenemiento de' peccerille, noto anche con il sottotitolo di Pentamerone o, ancora, La fiaba delle fiabe. Iniziato forse intorno al 1615 e rielaborato fino alla morte, consta di cinquanta racconti in dialetto napoletano, suddivisi in cinque giornate. Le prime quattro giornate si chiudono con la declamazione di altrettante lunghissime egloghe.
Il primo racconto giustifica la narrazione degli altri e funge da "cornice". Vi si narra la storia della bella ma triste principessa Zoza, che per la prima volta in vita sua scoppia in una risata per un gesto buffo di un'anziana donna, che, per questo, la maledice: ella non avrà pace fino a quando non sposerà Tadeo, principe addormentato; ha solo tre giorni per svegliarlo riempiendo di lacrime un vaso. Quando Zoza ha quasi compiuto l'impresa, s'addormenta per la stanchezza e una schiava, colmando con poche lacrime il vaso, sveglia il principe e ne diventa la moglie. Grazie alle arti magiche Zoza riesce a instillare nell'ingannatrice una irresistibile voglia di sentire fiabe, che verranno raccontate in cinque giorni da dieci bruttissime donne; nell'ultimo giorno è Zoza stessa che, narrando la propria storia, svela l'inganno della schiava, la quale viene messa a morte. Zoza diventa cosí la moglie di Tadeo.
Il rapporto dello Cunto de li cunti con il Decameron del Boccaccio è volutamente sottolineato dal secondo titolo: Pentamerone, ma è piú apparente che sostanziale; il Basile riprende l'idea della "cornice" e la suddivisione in "giornate", ma le analogie si fermano qui. Infatti la "cornice" del Boccaccio ci riporta in un ambiente storico e sociale preciso e le sue novelle, anche quelle non realistiche, vogliono apparire verosimili; al contrario, nella raccolta del Basile, i luoghi descritti nella "cornice" (Vallepelosa e Camporotondo) sono immaginari; inoltre, il libro contiene non novelle ma fiabe, ossia racconti il cui sfondo è fuori del tempo e dello spazio, e che hanno come protagonisti creature non umane: orchi, fate, animali parlanti, e persino pietre e alberi. La struttura dello Cunto de li cunti rimanda piuttosto a quella delle Mille e una notte, in cui le fiabe sono inserite all'interno di altre fiabe.

Lo sviluppo e la conclusione delle singole fiabe illuminano con chiarezza le concezioni morali del Basile, che ci offre l'immagine di un mondo nel quale il bene è premiato e la malvagità punita; nelle considerazioni introduttive e finali egli condanna le meschinerie, i difetti e i vizi degli uomini, riflettendo con ironica arguzia, ma senza asprezza, sulle conseguenze negative che comportano.
L'elemento di maggiore novità e importanza nell'opera del Basile è l'aver scritto in dialetto napoletano, abbandonando il modello linguistico toscano. L'autore segue le teorie, peraltro poco fortunate, del suo maestro Giulio Cesare Cortese, convinto assertore dell'uso del dialetto in letteratura. La scelta del Basile è coerente con la struttura e con i temi del libro: la fiaba nasce in un mondo popolare e viene trasmessa a voce di generazione in generazione, ed è logico perciò che la si narri nei modi della tradizione orale.

È importante ricordare, tuttavia, che nel Basile l'uso del dialetto non è popolaresco; esso infatti non ha funzione realistica, come dimostra, tra l'altro, il fatto che i personaggi sono spesso sentenziosi ed eruditi pur se di modestissima condizione sociale. Inoltre, anche quando l'argomento è divertente o scherzoso, prevale l'attenzione per gli aspetti bizzarri e stravaganti, di gusto barocco. Il dialetto diventa invece uno dei mezzi per elevare a dignità letteraria un patrimonio culturale quasi del tutto sconosciuto, e per esprimere con maggior vigore il mondo ideale e le convinzioni dell'autore.
Le Muse napolitane sono nove egloghe in dialetto, scritte sotto forma di dialogo tra due o tre personaggi. Esse rappresentano vivaci scene di vita popolare e si valgono di un ampio repertorio tratto dalla tradizione, come proverbi e sentenze tipici del buonsenso comune. Il Basile fa ampio uso di vocaboli di suo conio, di giochi di parole e di sinonimi, e anche in questo caso la ricerca di un linguaggio vario e non naturalistico lo avvicina alle ricercatezze barocche, anche se lo distinguono dal concettismo dominante i toni di spontaneità e le immagini che catturano l'attenzione per vivacità e immediatezza.