Umberto Saba: A mia moglie

Per una prima lettura di questa che è una delle più celebri liriche di Saba basterà chiarire che per celebrare la moglie (una presenza frequente nel Canzoniere) Saba sceglie una strada certamente insolita nella tradizione lirica italiana (ma lo è anche la celebrazione della moglie...): la paragona ai vari animali - «i sereni animali / che avvicinano a Dio» - di cui mette in luce, con francescana disposizione, le qualità. La donna amata è quindi come una «bianca pollastra» che incede impettita, come una cagna ardente d'amore e di gelosia, come una «gravida giovenca» ecc.

Per quanto riguarda l'aspetto stilistico ci limitiamo a poche osservazioni schematiche ed essenziali.

a) Come quasi sempre in Saba, il lessico è tutto attinto alla lingua parlata e usuale, il tono è colloquiale e dimesso («tu questo hai... questo che...»); ma è anche vero che «è piuttosto la sintassi che prende su di sé il compito di sollevare il tono di quel tanto, rispetto alla prosa, da farne un verso, sia pure di quei versi raso terra che per Saba sono i più rari. La sintassi interviene così a elevare i toni troppo dimessi e triti» (Devoto-Altieri).

b) Ogni strofe si conclude con l'esplicito rapporto tra l'animale descritto e la donna e con l'accenno - quasi ricorrente motivo musicale - alla sofferenza, alla tristezza.

La struttura, semplicissima, può far pensare a una litania, fondata com'è su strofe di alterna lunghezza, ognuna delle quali provoca l'emergenza di una femmina animale, la definisce e fissa, nello stesso tempo, un'apparizione di Lina. L'esperienza dei Versi Militari ha giovato a Saba: il linguaggio si è fatto più asciutto ed economo, colpisce con precisione e non inciampa in ostacoli predicativi. Così si edifica, senza strappi, un piccolo sistema al centro del quale troviamo Lina che acquista spessore, si individua nei contrasti: diviene lentamente se stessa attraverso successive metamorfosi. Intorno le gravita un singolare bestiario, dove gli animali (come sempre in Saba) non sono controfigure umane né corpi di categorie morali, ma portatori di un enigma che Saba interroga nelle profondità di questi numi tutelari, di questi pazienti testimoni sprovvisti - sempre - del dono (o del vizio) di parlare e - sempre - legati organicamente al mondo dell'infanzia. La pollastra, la giovenca, la cagna, la coniglia, la rondine, la formica e la pecchia, «tutte le femmine di tutti i sereni animali» si sgranano davanti a noi, realizzando il miracolo della mutevole identità di Lina, che costituisce il perno della poesia: le immagini alla fine non si presentano come una serie discontinua di addendi, ma si aprono l'una dopo l'altra, l'una sull'altra, senza fratture, concentricamente; la prima è quella che rompe la superficie, la più evidenziata e accanita; le altre si dilatano intorno, con tempi variabili di apparizione, pian piano più rapide, più tenui fino a spegnersi nella totalità.

Va però precisato che il Lavagetto, con un'analisi che utilizza una fitta trama di riferimenti ad altri testi di Saba, mette in evidenza come l'immagine di femminilità qui evocata sia riconducibile - sia pure attraverso una complicata serie di mediazioni - all'immagine materna. Lo stesso Saba d'altra parte definì A mia moglie «una poesia infantile», aggiungendo che «se un bambino potesse sposare e scrivere una poesia per sua moglie, scriverebbe questa». Osservazione, questa, che «non lascia dubbi [...]. Saba sapeva benissimo (probabilmente lo sapeva da sempre e Freud glielo aveva riconfermato) chi sposerebbe un bambino se fosse libero di farlo» (Lavagetto).