CAPITOLO XIII

Abbiamo lasciato Renzo in mezzo a burrascosi avvenimenti come innocente spettatore, adesso lo ritroviamo da protagonista in mezzo alla folla che giunge alla casa del vicario, mentre questi, preoccupato per le vicende accadute, stava facendo un chilo agro e stentato. La descrizione del vicario è sottolineata da un sorriso tra il malizioso e il compassionevole. E’ il ritratto di un uomo mediocre e pauroso, sopraffatto da avvenimenti più grandi di lui, che ora gli disturbano la digestione, ma che ben presto gli procureranno guai tanto spiacevoli quanto inaspettati. E ciò è provato dalla sua reazione in questa situazione, quel turarsi le orecchie per non sentire il rumore, quel protendere le mani, quasi a sostenere la porta, sono gesti di un fanciullo, non di uomo, tanto meno poi di un uomo vestito di pubblici poteri. Ben presto dagli urti e dalle imprecazioni si passa all’azione: cento mani picchiano contro la porta nel tentativo di abbatterla, il vicario corre a nascondersi tutto tremante in soffitta. Tra la folla si distinguono delle voci che invocano la morte del vicario, tra questi ve n’è uno proprio accanto a Renzo: un vecchio mal vissuto e sanguinario, da cui occhi infossati, dalle canizie vituperose traspare un che di lugubre e truculento. C’è dell’atroce in quel sogghigno, nel gesto con cui sono agitati e mostrati gli arnesi del delitto. A questo punto interviene Renzo a difesa di un comportamento più cristiano da parte di coloro che aspettano una grazia. Ma come sempre quando si prendono le difese, anche e giuste, della vittima designata dal furore comune si rischia di passare per dei fautori. L’accusa scagliata contro Renzo, passando bocca in bocca, raggiunge dimensioni impensate. In aiuto del povero Renzo, giunge una scala che, accentrando su di se l’attenzione, diventa di colpo la protagonista della scena drammatica. Proprio mentre la situazione si fa più critica, arriva Ferrer, il quale, con il pretesto di portare in prigione il vicario, vuole sottrarlo alla ferocia popolare e la folla è tanto ingenua quanto crudele. Il pensiero che Ferrer sia venuto per aiutare il vicario, ma amante della legalità si adopera con grande zelo perché la carrozza del gran cancelliere possa attraversare la folla e arrivare davanti al portone. La cosa riesce. Ferrer entra in casa e ne esce dopo con il vicario terrorizzato attaccato alla sua toga; salgono ambedue in carrozza e riescono ad allontanarsi. Sebbene personaggio secondario, privo, a differenza di altri personaggi manzoniani di una sua storia interna, il gran cavaliere spagnolo, che è stato la causa principale della carestia e dei tumulti, acquista rilievo e validità artistica in queste pagine, in cui lo troviamo al centro degli avvenimenti da lui provocati. Nella scena che ce la presenta quando va in carrozza a salvare il vicario di provvisione, mentre questi sta per cadere nelle mani del popolo eccitato, risulta tutto il suo carattere. Creatura, tutta furbizia e diplomazia, che sa sfruttare la sua popolarità. C’è nel personaggio di Ferrer il peso di un’evidentissima bivalenza: figura autonoma, inventata con estrema acutezza e, insieme, pretesto per arricchire il contorno di nuovi e più complessi riferimenti umani e psicologici.