CAPITOLO XIV

Nelle prime pagine di questo capitolo, il Manzoni, con fine intuito e psicologico, disegna varie figure di birboni e di istigatori. Rimasti, dopo essersi tanto adoperati, delusi perché il tumulto si è risolto senza spargimento di sangue, non sanno e non vogliono rassegnarsi, tentano ancora sino a quando, sopravvenuti i soldati, vedendosi in troppo pochi per fare qualcosa, se ne vanno, o dritti dritti senza pensarci un momento, perché la paura è grande, oppure, più furbi, con tutta calma, facendo finta di nulla. L’analisi manzoniana sottolinea gli umori vari dei popolani, si susseguono, si infittiscono i discorsi che traducono l’intimo sentire, il carattere di ciascuno; del generoso, di colui che si autoloda compiaciuto di se stesso, della sua azione che travisa gonfiandola, del semplicione, dl furbo, che intuisce come terminano certe cose e finisce per cogliere nel segno dell’insoddisfatto. L’attenzione del Manzoni torna poi ad appuntarsi su Renzo per presentarlo, in un atteggiamento del tutto nuovo, fonte di situazioni imprevedibili, trattate con raffinato senso dell’umorismo. Dopo aver esposto le proprie idee sulla rivolta, sulla giustizia,ecc.., Renzo, scambiato per uno dei capi della rivolta, cade tra le grinfie di uno sbirro travestito, il quale, approfittando della sua scarsa conoscenza della città, vorrebbe portarlo caldo caldo in prigione, con il pretesto di trovargli un alloggio per la notte. Per fortuna preferisce entrare nella prima taverna che incontra, sempre seguito però dal suo pericoloso accompagnatore. Gli avvenimenti così densi e vari, che il giovane non era abituato a vivere nella sua semplice e modesta giornata di contadino, producono nel suo animo un’insolita agitazione, creano uno stato d’animo d’esaltazione, di ebbrezza. Tornando un po’ a ritroso nelle pagine del capitolo, ricordiamo Renzo, mentre osserva la folla in tumulto ripercorre con la mente la sua vicenda, la tragedia di un’intera popolazione, diventa la sua personale tragedia; rivede il suo piccolo, chiuso mondo, ripensa a don Abbondio, a don Rodrigo, al dottor Azzecca-garbugli, ai bravi, il core gli balza in petto al ricordo di tutte le ingiustizie patite, che lo hanno così improvvisamente e dolorosamente allontanato dalla sua Lucia. Nell’atto di forza, con , il quale la rivolta si esprime, il giovane intravede la possibilità di tagliare il male alla radice, di cambiare il sistema perché cambino gli uomini, ponendo così fine ad ogni tipo di prepotenza, instaurando un mondo migliore, un mondo un po’ più da cristiani, com’egli lo definisce nella sua ingenuità, e semplicità di montanaro. Allora da spettatore diviene attore: aiuta Ferrer, interviene nei discorsi della folla con l’ansia di chi soffre, l’ardore di che spera e crede con animo puro. Ed è per questa sua fervente partecipazione che viene scambiato per uno dei capi della rivolta e condotto nell’osteria dove il suo accompagnatore traditore suscita grande preoccupazione nell’oste. Dopo aver bevuto diversi bicchieri di un vinello traditore, Renzo si ubriaca ed imbastisce un gustoso dialogo con gli altri avventori. Non ragiona e quando vuol farlo sragiona, ripete i medesimi concetti con parlare confuso, da balbuziente. I movimenti sono pesanti e incontrollati, si immalinconisce, rimane assorto, chiuso in un silenzio tragico. A questo punto il pensiero, tra i fiumi di vino e l’innalzare dei ricordi, gli è corso a Lucia, e la commozione è naturale; ma l’ebbrezza ne deforma e ne fa degenerare la muta manifestazione, così da renderla svenevole e sguaiata. Ad approfittare della situazione giunge lo sbirro che coglie l’occasione per strappargli nome e cognome.