CAPITOLO XV

E’ questo il capitolo della furberia: furbo l’oste nel proteggere i propri interessi, furbo il notaio criminale nel suo tentativo di cavarsi d’impiccio e di mettere in trappola Renzo. Alla fine chi esce vincitore è proprio il meno esperto, il più ingenuo dei tre. Dopo aver portato a letto Renzo con gran fatica, l’oste lascia la moglie a cura degli affari, non senza prima averle dato tutti i suggerimenti e i consigli sul modo di comportarsi con gli avventori. Il discorso dell’oste alla moglie è frutto di amara esperienza, di scetticismo, di una particolare, amara filosofia della vita, che egli si è formato con gli anni. La dominazione straniera, i capovolgimenti politici hanno tolto all’oste ogni coraggio di affermare le proprie idee, di lottare per la verità e per la giustizia. Quel che conta per lui è il denaro, il resto non sono che << corbellerie >>, dinanzi alle quali, chiuso nel suo egoismo, rimane impassibile, indifferente. Si avvia un poi difilato al palazzo di giustizia, ripensando al guaio che gli è capitato proprio quando meno se lo aspettava, e in un giorno come quello. C’è nella figura dell’oste preoccupato, il rimpianto, un poco astioso, che tutta la sua politica e il suo giudizio non siano valsi a fargli finire in pace quella maledetta giornata, e d’altro lato affiora sempre una certa compassione per il povero giovine e una viva irritazione per quel malaugurato avvenimento. Al notaio criminale denuncia il rifiuto a declinare le generalità, in un colloquio dalle battute gustose, in cui alle intimidazioni e alle insinuazioni dell’uomo ella legge contrappone la sagacia, l’ironia, il coraggio dell’uomo del popolo che difende la propria onestà. Il tono tra serio, stizzoso, burlesco e umoristico dell’oste, dà a tutto il discorso un carattere e un sapore inconfondibile;l’oste rivela la sua anima, certo non proprio eccelsa, né troppo generosa, ma nemmeno del tutto egoistica e, in fondo, non malvagia. Al mattino Renzo ha la sgradita sorpresa d’essere svegliato dai birri. S’ingaggia una battaglia d’astuzie tra il notaio, il quale avendo fiutato il vento infido, vorrebbe portare in prigione il suo uomo senza far troppo chiasso e per questo lo prende con le buone e Renzo che, compresa la particolare situazione, con intraprendenza e decisione, non solo si fa restituire la lettera di fra Cristofaro e il denaro, ma giunge sino ad insultare i birri, i quali non reagiscono perché trattenuti dalle eloquenti occhiate del notaio. Ammanettato di sorpresa il giovane, si avviano. L’astuzia nascosta dalle lusinghe sarebbe andata bene per il Renzo ingenuo che abbiamo conosciuto fin qui; adesso il pericolo ha risvegliato in lui la sopita furbizia contadina e il notaio rimarrà battuto e deluso. Lungo la strada Renzo infatti spia l’occasione buona per fuggire. Quando si accorge che la folla, ancora in fermento per gli avvenimenti del giorno precedente, s’è infittita, si rivolge ad essa: questa si stringe minacciosa intorno agli sbirri e al notaio, i quali, sentendosi in pericolo, lasciano i manichini che stringevano i polsi di Renzo; il giovane può così rapidamente allontanarsi.