CAPITOLO XXX

Don Abbondio, Agnese e Perpetua giungono in prossimità del castello, vedendo il gran numero di persone che cercano rifugio là, il curato comincia a temere che tutta quella folla di rifugiati richiami lassù i lanzichenecchi. Ancora più contrariato si mostra nel vedere gli uomini armati a difesa del castello; don Abbondio sfoga il malumore con le due donne e ne escono alcuni battibecchi. L’Innominato riceve calorosamente i tre fuggitivi e, dopo aver chiesto notizie di Lucia, li guida verso gli alloggiamenti a loro destinati. Viene descritta la vita dei rifugiati al castello: gli allarmi, le spedizioni difensive dell’Innominato e dei suoi armati, l’organizzazione e la distribuzione dei compiti. Si parla poi del lavoro di Agnese e di Perpetua a servizio della comunità e dell’inattività di don Abbondio. Al castello giungono infine notizie sul passaggio delle truppe e dei vari condottieri. Cessato il pericolo i fuggitivi tornano alle loro abitazioni e, ultimi, partono anche Agnese, Perpetua e don Abbondio. Dopo essersi accomiatati dall’Innominato e dal sarto, i tre attraversano in carrozza la campagna e ovunque vedono la devastazione lasciata dai lanzichenecchi. Giunti al paese, i tre trovano le loro case saccheggiate e imbrattate; i beni di don Abbondio, sepolti da Perpetua in giardino, sono stati rubati: ciò provoca dei nuovi battibecchi tra i due. Perpetua scopre poi che alcuni oggetti del curato sono stati rubati da gente del paese; don Abbondio però si rifiuta di chiederli indietro, suscitando le ire della governante.