CAPITOLO XXXII

L’Autorità cittadina si rivolge nuovamente al governatore Ambrogio Spinola, ma questi, impegnato nell’assedio della città di Casale, nega ogni aiuto. Si anticipano notizie circa l’esito della guerra: il duca di Nevers rimane signore di Mantova, ma la città viene saccheggiata dai lanzichenecchi. I decurioni chiedono al cardinale Federigo di far svolgere una processione per assicurarsi la protezione divina, ma Federigo rifiuta. Intanto crescono i sospetti delle unzioni e si verificano episodi di linciaggio come quelli ai danni di un vecchio e di tre francesi. Dopo nuove pressioni dei decurioni, Federigo acconsente a far svolgere la processione e a far venerare la reliquia di San Carlo; il lungo corteo vede la partecipazione di popolani, di borghesi, di nobili e di ecclesiastici. Il giorno successivo alla processione si moltiplicano i casi di peste, ma invece di cercare la causa nel contatto fra tanta gente, si dà la colpa agli untori. I lazzaretti si affollano al limite della loro capacità e cominciano a fare la loro comparsa i monatti ( il Manzoni apre una parentesi etimologica sul termine monatto ). Solo con l’opera dei cappuccini, dei sacerdoti, del vescovo e delle poche persone di buona volontà, si riesce a far fronte, fuori e dentro i lazzaretti, alla terribile situazione sanitaria. Nella confusione generale si moltiplicano le violenze commesse dai birri e dai monatti. Cresce anche la pazzia generale e la psicosi dell’unzione; si sospetta di tutti, e vi è persino chi, magari delirando, si accusa delle unzioni. Vengono inventate storie diaboliche e fantasiose, cui persino il Tadino sembra dare credito, i dotti chiamano poi in causa congiunzioni di astri ed altre teorie pseudo-scientifiche. Anche il cardinale comincia a credere agli untori, e gli scettici sono ormai pochi e silenziosi; i magistrati cominciano a cercare e processare i presunti untori: si eseguiranno molte condanne atroci e ingiuste.