Rapporto tra
tra Rivoluzione e Chiesa.

 La Rivoluzione Francese dovette far fronte (tra le altre cose) anche alla problematica religiosa ed ai rapporti con la Chiesa, che, come è risaputo, ha spesso caratterizzato la stessa storia francese fin dai tempi di Enrico IV (famosissima la sua frase "Parigi val ben una messa"). 

Gli scontri tra cristiani e protestanti infiammarono tutta l'Europa centrale compresa l'intera Francia. Paradossalmente però, allo scoppio della rivoluzione il problema religioso si pose sotto ottica diversa da quella tradizionalmente considerata nei secoli passati. Infatti, pur non sminuendo l'importanza degli aspetti teologici che taluni rivoluzionari da più parti misero in dubbio innalzando ed elogiando "l'essere supremo" come qualcosa di completamente diverso dal Dio come è comunemente identificato; eguale risalto merita la considerazione "politica" del problema Chiesa. 

Il clero, una delle tre classi sociali nelle quali si suddivideva la Francia dell 'Ancien Regime, era forse il ceto sociale nel quale maggiormente spiccava la diversità tra ricchi e poveri. Non è un caso infatti che furono proprio alcuni esponenti del basso clero unitamente a taluni Vescovi "liberali" ad unirsi per primi alla neonata assemblea nazionale nel giugno del 1789. E fu proprio sul basso clero che gli esponenti del terzo stato fecero affidamento per allargare il proprio consenso ed incrementare in tal modo la propria forza politica nei confronti della monarchia. 

Una volta ottenuto l'appoggio della maggior parte del clero presente nell'assemblea, la volontà rivoluzionaria prese una piega apertamente antiecclesiastica. Taluni eminenti esponenti dell'alto Clero (Taillerand Vescovo d'Autun in primis) spinsero la rivoluzione ad appropriarsi sia delle funzioni tradizionali della Chiesa, sia degli stessi beni ecclesiastici. Da un lato infatti si sostenne la necessità di fare della Chiesa lo strumento principale di comunicazione dei principi rivoluzionari tra la popolazione. Molto preti della provincia si fecero infatti portatori dei decreti della assemblea a tal punto che le parrocchie divennero, soprattutto nei centri minori, dei veri e propri centri di diffusione della fede rivoluzionaria, la quale ancora si confondeva con la fede cristiana. Un doppio passo falso però, venne commesso quando l'assemblea votò a maggioranza sia l'appropriazione (Nazionalizzazione) dei beni della chiesa che l'abolizione delle tasse a favore del clero (Decime e Annate).

Infatti se da un lato, buona parte del Clero non vedeva male la neonata volontà rivoluzionaria, dall'altro però, l'abolizione delle decime e delle annate, nonché la nazionalizzazione dei beni ecclesiastici allontanarono molti religiosi dalla causa rivoluzionaria. Personaggi come l'Arcivescovo di Aix Raymond Boisgelin, che era stato tra i più intransigenti sostenitori della Rivoluzione, espresse notevoli perplessità sulle nuove decisioni dell'assemblea distaccandosi in tal modo dalla nuova volontà dell'augusta assemblea. Molti anche tra i parroci di campagna, che in giugno tanto avevano contribuito alla vittoria del terzo stato, in seguito a tali accadimenti manifestarono la loro aperta contrarietà.

 Di fronte a queste scelte la Chiesa francese subì un notevole sconquasso sia alla base che a livello dirigenziale. Una spaccatura in senso verticale divise l'intera classe clericale. Lo zoccolo duro a sostegno delle posizione rivoluzionarie risiedeva principalmente nel militante anticlericalismo parigino che da tempo spingeva per ottenere tali soluzioni radicali; d'altro canto però nelle province cominciarono a svilupparsi i primi segni di sfiducia verso la volontà rivoluzionaria che porteranno poi più tardi seppure con l'aggiunta di altre motivazioni, all'insorgere della famosa "Causa Vandeana".

L'intento di Taillerand, Mirabeau e compagni era diretto a fare della Chiesa uno strumento della Rivoluzione al servizio del nuovo Stato: sia attraverso le "voci " del pulpito che dovevano pubblicizzare i principi rivoluzionari, sia tramite le stesse istituzioni religiose che dovevano farsi fucine delle nuova cultura rivoluzionaria (basti pensare all'insegnamento e all'istruzione monopolio della chiesa da secoli), sia e soprattutto, grazie alla "nazionalizzazione dei beni ecclesiastici" che dovevano portare ossigeno nelle malandate casse dello Stato.

Di fronte però alla crescente consapevolezza che ormai non si sarebbe mai più formato quel fidato esercito di preti-cittadini che si pensò potesse svilupparsi, la volontà rivoluzionaria si spinse in due direzioni: nominare nuovi "lettori" dei decreti dell'Assemblea in sostituzione dei preti recalcitranti, nonché la realizzazione della "Costituzione Civile del Clero " che fece dei preti dei semplici funzionari dello stato con precisi obblighi da assolvere assegnando così d'imperio la famosa "Funzione sociale - statale" e obbligando tutti gli esponenti clericali al giuramento di fedeltà alla nazione. Fu proprio grazie anche a questa nuova mossa che si allargò ancora di più la spaccatura all'interno della Chiesa e fra la Chiesa e la causa rivoluzionaria.