LA FRANCIA ALLA VIGILIA DELLA RIVOLUZIONE

Quando LUIGI XVI di Borbone (nipote e successore di Luigi XV) nel 1774 salì sul trono, le pressioni per ottenere riforme in tutti i campi erano tali che nessun governo avrebbe potuto ignorarle. Queste pressioni erano esercitate da un gruppo, che si andava continuamente ingrossando, di funzionari e di uomini di mestiere che non erano rivoluzionari, ma si sentivano insoddisfatti per gli ostacoli che il parlamento, la nobiltà e il clero continuavano a porre alla creazione di uno stato più democratico e moderno. Era una popolazione istruita, che poco per volta, si era persuasa della fondamentale necessità di trasformazioni drastiche del sistema, e che guardava con avversione alle abitudini più irrazionali dell' ancient regime (= antico regime).

La Rivoluzione Francese scaturirà dunque dal malcontento della classe borghese che aveva assorbito fino in fondo le dottrine illuministiche  (vedi ILLUMINISMO) e solo marginalmente la Rivoluzione interesserà il popolo più misero, il quale ne uscirà senza aver ottenuto immediatamente quelle conquiste sociali e quelle fondamentali riforme che solo più tardi gli verranno riconosciute.

La Rivoluzione interesserà fortemente i "Tre Stati" feudali - ecclesiastici, nobili ed il cosiddetto terzo stato,  tutto il resto della popolazione ne fu semplicemente coinvolta. Ma lasciamo le cifre al carnefice Sanson (l'addetto alla ghigliottina) e allo storico Pariset. Il primo nelle sue memorie scriverà che le vittime finite sotto la sua lama sarebbero state in tutto circa 14.000. Vi aggiunge circa 20.000 controrivoluzionari uccisi dalle forze della Repubblica.  E secondo Pariset, tra le vittime del Terrore il 6 per cento era formato da nobili, l'8  da ecclesiastici, il 7 da militari, il 12 da borghesi, mentre le vittime dei ribelli della Vandea  sono calcolate sugli 80-90 mila, di cui il 29 per cento  da operai, il 38 da contadini.

Nel 1789 la Francia versa in gravi difficoltà finanziarie e la grande politica di Luigi XIV è ormai un ricordo; l'aristocrazia, largamente esautorata dall'assolutismo regio, si aggrappa ai privilegi feudali di cui da secoli gode e si consola con gli splendori della corte; la borghesia formata prevalentemente da mercanti e banchieri, manifatturieri e pubblici funzionari, scrittori e uomini di scienza ha raggiunto un larghissimo potere economico, ma non ha ancora la possibilità di partecipare direttamente al governo della nazione e preme per ottenerla. Le altri classi sociali vivono sotto il peso dei ceti privilegiati. Questa è la situazione quando si giungerà agli Stati Generali.

La situazione Francese alla fine del '700 era quantomeno contraddittoria: in molti settori il paese Transalpino appariva all'avanguardia dell'Europa: i suoi 25 milioni di abitanti equivalevano ad un quarto della popolazione Europea e facevano della Francia il paese più fittamente popolato del Vecchio Continente. Nel campo intellettuale i suoi filosofi, scrittori ed artisti dettavano legge su tutti i paesi civili. I suoi eserciti costituivano la massima forza militare del tempo. Economicamente la Francia era seconda solo all'Inghilterra e poteva vantare un'agricoltura fiorente, un'industria sviluppata ed una vigorosa attività commerciale e marinara, che imponeva sul mercato i vini, le porcellane, le sete, gli articoli di lusso Francesi e copriva metà del fabbisogno Europeo di zucchero grazie alle colonie Antillane.

Per altri aspetti la Francia era però ancora estremamente arretrata rispetto al proprio tempo: infatti il Re di Francia, contrariamente a buona parte dei Regimi Europei trasformatisi in liberali, continuava ad essere il padrone assoluto per grazia di Dio, dei beni e delle vite dei propri sudditi. A questi non era garantita nessuna libertà nè tanto meno alcun diritto soverchiabile dall'autorità Regia: al contrario bastava una lettre de cachet, un semplice biglietto inviato dal Re, per seppellire un cittadino in prigione, a tempo indeterminato e senza processo. Nei paesi Europei dove la Monarchia Assoluta si era mantenuta in vita, i governanti del '700 sotto la spinta dell'Illuminismo avevano apportato modifiche in senso razionale e moderno ai loro sistemi amministrativi, comprimendo i privilegi della nobiltà e del clero.

Sebbene la Corona avesse avocato a sè da tempo quelle funzioni di amministrazione locale, di tutela dell'ordine pubblico e di difesa militare, che solevano nel Medioevo essere assolte dalla nobiltà e dal clero, questi ultimi conservavano privilegi esorbitanti. La nobiltà anzi aveva approfittato della debolezza dei sovrani per accaparrarsi il monopolio degli altri gradi della Chiesa e dell'esercito o per farsi mantenere dall'erario. Per un complesso di anacronistiche consuetudini, che nessuno si era curato di riformare, La Francia del '700 assomigliava più ad un accozzo variopinto di territori, che ad uno stato razionalmente organizzato. Da provincia a provincia variavano leggi, istituzioni, sistemi fiscali e talvolta pure pesi e misure. L'esercizio della giustizia e del commercio, infine, era intralciato e reso arduo e tortuoso dall'intricata selva di privilegi feudali o di dogane interne.

LE CAUSE PROSSIME DELLA RIVOLUZIONE

Per più di un secolo prima che LUIGI XVI salisse al trono (1774) la Francia aveva vissuto periodiche crisi economiche dovute alle lunghe guerre sostenute durante il regno di Luigi XIV, alla cattiva gestione degli affari nazionali da parte di Luigi XV, alle perdite subite nella guerra coloniale anglo-francese (1754-1763) e all'indebitamento per i prestiti alle colonie americane in guerra per l'indipendenza (1775-1783). Poiché era sempre più insistente la richiesta di una riforma fiscale, sociale e amministrativa, nell'agosto 1774 il nuovo re nominò controllore generale Anne-Robert-Jacques, che impose severe economie di spesa. Quasi tutte le riforme furono tuttavia boicottate dai membri più reazionari del clero e della nobiltà che, appoggiati dalla regina MARIA ANTONIETTA  imposero le dimissioni di Turgot e si opposero anche al suo successore, il finanziere e statista Jacques Necker. Questi dovette a sua volta lasciare l'incarico, ma si guadagnò il favore popolare pubblicando un resoconto delle finanze reali, che rivelava l'altissimo costo del sistema dei privilegi e dei favoritismi. Il vero problema era stato compreso benissimo sia dal Turgot che dal Necker e probabilmente anche da chi non avesse mai ricoperto l'incarico di Controllore Generale ed era che il solo Terzo Stato non poteva accollarsi tutta la responsabilità per quanto riguardava i contributi da dare allo Stato: infatti i 300.000 privilegiati del clero e della nobiltà avrebbero potuto senza problemi accollarsi alcune spese e far decollare un paese così prospero, almeno in teoria, economicamente.

Luigi XV e Luigi XVI però erano stati assolutamente indolenti e si capiva che la Francia era in fondo ai loro interessi. La Regina Maria Antonietta, sposata con Luigi XVI nel 1781, dopo Necker, trovò il ministro delle finanze che almeno inizialmente poteva sembrare ideale, cioè un ministro che non chiedesse soldi ai nobili ed al clero ma continuasse a tassare il Terzo Stato: si trattava di Calonne. Un altro problema era costituito dalla malafede degli appaltatori che si occupavano di riscuotere le tasse, i quali si tenevano buona parte degli incassi ricavati dalla loro occupazione versandone alle casse del Re una parte minima: infatti chiunque ne avesse avuto l'occasione cercava di ingannare il proprio Re e di approfittarne: così facevano i nobili e così facevano i ricchi banchieri che prestavano grandi quantità di denaro per riscuoterle con interessi altissimi. Alla fine la corona sfiorò la bancarotta.