Rivoluzione francese

L’illuminismo settecentesco e la Rivoluzione in Francia

L’"illuminismo" è una categoria astratta, bisognosa di disamine attente. Coniato nel secolo XIX nell’ambito della storia della letteratura tedesca e usato assai sporadicamente nel Settecento, il termine fu poi applicato retrospettivamente all’intero secolo XVIII.

La data d’inizio del periodo storico a esso sotteso, la sua natura e la sua influenza su eventi globali come la Rivoluzione francese costituiscono materia controversa, ma quanti considerano favorevolmente l’illuminismo, come il professor Peter Gay della Yale University di New Haven, nel Connecticut, individuano l’elemento cruciale del periodo nelle temerarie critiche di tipo razionalistico mosse all’intera eredità civile d’Europa, alla sua religione, alle sue leggi, alle sue strutture istituzionali, ai suoi usi e costumi e alla sua visione filosofica della realtà. François-Marie Arouet de Voltaire (1694-1778) e Jean-Jacques Rousseau (1712-1778) sono generalmente considerati gli autori più rappresentativi dell’illuminismo e l’Encyclopédie di Denis Diderot (1713-1784) il suo più importante progetto culturale.

Ai tempi di Edmund Burke (1729-1797) i due elementi fondamentali dell’illuminismo erano il razionalismo discorsivo di René Descartes (1596-1650) e del secolo XVII, e la rivoluzione nella concezione morale dell’uomo, al meglio esemplificata dalla sensibility, la "sensibilità" roussoiana. Anche se assai diversi fra loro, il razionalismo e la "sensibilità" contribuirono entrambi e insieme a sovvertire l’ordine sociale tradizionale che l’Europa aveva ereditato dalle epoche precedenti: è significativo che, pur finendo per detestarsi l’un l’altro, Voltaire e Rousseau abbiano concorso alla medesima finalità distruttiva nei confronti di quanto Burke chiamava "commonwealth cristiano d’Europa".

Lo statista angloirlandese può, peraltro, anche essere considerato come il principale critico dell’illuminismo, ma ciò è anche la base di uno dei grandi errori interpretativi del suo pensiero, dal momento che spesso si immagina che abbia semplicemente voluto difendere lo status quo. In realtà, egli non si opponeva affatto al "cambiamento", che definiva una delle grandi leggi della natura, ma avversò la mutazione violenta e l’innovazione che si oppone alla riforma genuina. La sua difesa dell’ordine sociale del tempo si fondava sull’idea che questo costituisse l’estremo culmine storico — dal mondo antico e medioevale — del "commonwealth cristiano d’Europa". Burke considerava lo sviluppo della civiltà europea come un processo lento e difficile, nel quale il diritto costituzionale aveva gradualmente limitato il potere dei monarchi assoluti e contribuito a migliorare l’ordinamento civile, estendendo la misura di giustizia, di libertà e di ordine. I princìpi di prudenza morale che ne ispiravano la prospettiva si opponevano al progetto di ridurre la società a una tabula rasa, cioè alle mire proprie della Rivoluzione francese.

 

Reflections on the Revolution in France di Burke (1), pubblicato nel 1790, suscitò in un breve lasso di tempo più di cento repliche, a cui seguirono altre risposte e altre difese per un totale, oggi, in Inghilterra, di oltre quattrocento repliche. Probabilmente nessun testo in lingua inglese ha provocato più commenti di quest’opera che, nel corso dell’ultimo secolo, è stata ristampata o riedita mediamente una volta ogni due anni. Durante il secolo XIX tutti gli storici interessati alla Rivoluzione francese hanno dovuto tener conto della critica burkeana, mentre quelli di estrazione marxista — la cosiddetta storiografia marxista è solo propaganda ammantata d’ideologia — l’hanno semplicemente ignorata, analogamente a quanto fatto nei confronti degli episodi contro-rivoluzionari.

Peraltro, la prima reazione di Burke alla Rivoluzione di Francia fu neutra, giacché sospese il giudizio in attesa di vedere la direzione che avrebbero preso gli avvenimenti; si tratta di un punto importante, perché spesso si pensa che l’angloirlandese si sia immediatamente scagliato contro la Rivoluzione. Dopo la convocazione degli Stati Generali, egli si accorse molto presto di come la Rivoluzione stesse incamminandosi verso la completa distruzione, con mezzi violenti, della Francia e, oltre a essa, dell’intero ordine sociale esistente in Europa. Lo statista potè così affermare che non si trattava affatto di una ribellione del popolo francese, ma di un moto d’intellettuali e d’ideologi dell’Assemblea Nazionale che, alla ricerca del potere, imponevano le proprie teorie rivoluzionarie alla nazione e, dunque, al resto d’Europa. Burke fece poi pressione sul primo ministro britannico, William Pitt il Giovane (1759-1806), affinché resistesse alla Rivoluzione di Francia, anche se non sono a conoscenza di documenti che provino un’influenza diretta e specifica dell’angloirlandese sulla politica del governo britannico contro la Francia.

Sul piano culturale, Burke attaccò tanto il razionalismo discorsivo quanto la "sensibilità" dei rivoluzionari, i due corni dell’illuminismo dominanti la loro ideologia. Da questa critica è derivata molta incomprensione. Numerosi studiosi moderni — anche specialisti del secolo XVIII — alimentano la confusione, perché trattano la "ragione" come un assoluto astratto e non ne distinguono le diverse formulazioni. Il pensatore angloirlandese distingueva in modo netto la ragione e la logica argomentative matematiche dalla retta ragione normativa della legge morale naturale. Nel secolo XVIII convivono almeno sei diverse tradizioni di pensiero razionale e, dato che alcune di esse si contraddicono o differiscono nelle applicazioni degli strumenti di ragione, è sempre molto fuorviante astrarle per costruire un concetto artificiale univoco. Burke non criticò la ragione in quanto tale, ma solo quella discorsiva logica, che comporta l’applicazione dei metodi della matematica, l’induzione e la deduzione sistematizzate, alla natura umana e al pensiero politico. Come Blaise Pascal (1623-1662), l’angloirlandese distinse fra esprit de géometrie ed esprit de finesse, escludendo che la natura umana e il pensiero politico potessero essere ridotti alla semplice analisi quantitativa razionale. Per lui, la natura umana era razionale in un senso completamente diverso, ossia in quanto dotata di riflessione normativa.

Contrapponendo ragione normativa e ragionamento discorsivo, Burke fondò la propria critica alla Rivoluzione francese sull’esperienza storica degli europei così come incarnata nelle loro leggi e nell’etica cristiana, e si oppose al tentativo dei rivoluzionari di trattare il pensiero politico come una scienza sociale puramente quantitativa, simile alle scienze fisiche.

La Rivoluzione francese, accadimento storico e processo attivo nella formazione del mondo moderno, veicola più un’ideologia che una forza filosofica, e la sua più ovvia e diretta conseguenza è certamente il marxismo. Il primo comunista della storia fu François-Noël "Gracchus" Babeuf (1760-1797): questi e Jean-Paul Marat (1743-1793) fornirono i modelli archetipici a Karl Marx (1818-1883), a Friedrich Engels (1820-1895) e a Vladimir Ilic' Ulianov detto Lenin (1870-1924) per quanto concerne la confisca della proprietà privata e l’assassinio di massa di tutti gli oppositori. Nel famoso saggio Che fare?, del 1902, Lenin riecheggia il Contratto sociale di Rousseau là dove si afferma l’assoluta importanza di rifare la natura umana, ossia di rigenerare la natura morale dell’umanità (2). L’ideologo svizzero aveva sostenuto la necessità di distruggere la natura umana data per riplasmarla secondo la sua concezione di persona da lui vagheggiata. Con il Terrore (1792-1794) Maximilien de Robespierre (1758-1794), discepolo di Rousseau, era pronto a distruggere ogni critico della Rivoluzione francese che non si fosse conformato alla sua vagheggiata repubblica delle virtù. Servendosi degli spunti roussoiani Lenin elaborò il modello dell’"uomo nuovo sovietico".