Primo Governo Crispi

Francesco Crispi, ex-mazziniano dal temperamento fortemente individualistico e insofferente di ogni dissenso, nel 1859 aveva organizzato la rivoluzione siciliana preparando così il terreno alla Spedizione dei Mille. Nel 1865 aveva aderito alla monarchia ("la repubblica ci dividerebbe mentre la monarchia ci unisce") ed era stato poi tra i più fieri oppositori di Depretis. Benché fosse giunto alla presidenza del consiglio ormai settantenne dimostrò subito di non aver perso nulla del proprio carattere aspro e autoritario, che lo portava ad essere un grande ammiratore del Bismack e del militarismo prussiano, e quindi un deciso sostenitore della politica legata alla Triplice Alleanza. Convinto avversario del parlamentarismo e delle "astratte" ideologie liberali, egli svolse una lunga esperienza di governo tra gli anni 1887 e 1896 ( periodo durante il quale fu due volte presidente del Consiglio: prima dal 1887 al 1891 , e poi dal 1893 al 1896). Il suo primo governo ebbe un indirizzo in buona parte differente rispetto a quello di Depretis.
Sotto la sua direzione la trasformazione dello stato, già avviata nell'epoca del trasformismo, giunse a una compiuta maturazione, e lo stato fu concepito come uno strumento finalizzato alla politica di potenza e all'estensione del prestigio internazionale e, in quanto tale, legittimato ad esercitare una dura pressione sulla società civile. In questo intreccio di autoritarismo e imperialismo emergeva il segno delle crescenti difficoltà incontrate dalla nascente nazione italiana in una fase di pesante congiuntura economica e politica. L'aggravarsi della crisi agraria, l'espandere della crisi edilizia e i fallimenti della banche più esposte nel settore delle costruzioni, le difficoltà dell'industria, favorite anche dalla "finanza allegra" praticata negli anni precedenti dal ministro Agostino Magliani, avevano creato una situazione di acuta tensione sociale, caratterizzata da scioperi e tumulti nelle città e nelle campagne. Inoltre la difficile situazione internazionale e i fallimenti della spedizione militare nel Mar Rosso andarono accentuando il clima di malessere e di frustrazione rischiando di ridare fiato ai gruppi irredentisti.
A ciò si aggiungeva la crisi istituzionale approfonditasi negli ultimi anni del governo Depretis con il rafforzamento di quel che la destra definì il "mostruoso connubio" tra accentramento e parlamentarismo, che comportava una sempre più estesa invadenza del personale politico (deputati e autorità di governo) nelle questioni amministrative e una pericolosa degenerazione clientelare. Influiva inoltre sul nuovo modello politico, il carattere "strutturale" che andava assumendo il blocco sociale protezionista industriale-agrario, interessato ad una politica di potenza e di riarmo. L'attività di governo di Crispi si orientò subito verso una profonda riforma dello stato, una connotazione in senso aggressivo delle alleanze internazionali e una decisa espansione coloniale in Africa. Nel periodo dei primi due ministeri da lui presieduti, fu approvato un elevato numero di provvedimenti legislativi di grande importanza al fine di completare l'opera di accentramento dello stato già avviata negli anni precedenti. L'ordinamento e la funzione dei prefetti dipesero dal governo centrale in misura superiore al passato, e si configurarono come strumento di controllo politico del potere centrale nella periferia.
Con la legge del 12 febbraio 1888 sul riordinamento dell'amministrazione centrale dello stato furono rafforzati i poteri dell'esecutivo rispetto al parlamento e quelli del presidente del consiglio all'interno del governo. Con la riforma sanitaria del 22 dicembre 1888, al vecchio concetto della "carità legale" subentrò il moderno principio dell'interesse pubblico alla tutela della salute dei cittadini, anche se ciò fu realizzato nell'ambito di una concezione che vedeva l'attività di prevenzione e di intervento sanitario più come un'attività di polizia che non di assistenza. Appartiene a questo periodo la riforma del codice penale (1889), rimasta legata al nome del ministro della giustizia Giuseppe Zanardelli.

Tra le altre cose la riforma prevedeva:

  • 1 il tacito riconoscimento dello sciopero, che, non risultando menzionato dal nuovo testo legislativo, non poteva essere più considerato illegale e come tale vietato;
  • 2 l'abolizione della pena di morte e la sua sostituzione con l'ergastolo per i reati più gravi, che poneva l'Italia al primo posto tra le nazioni civili nella pratica attuazione di quanto Cesare Beccaria aveva sostenuto nel '700.

    Non meno importante fu anche (quale prima concreta soddisfazione offerta alle aspirazioni e alle richieste dei partiti democratici) la nuova legge comunale e provinciale del 10 febbraio 1889. Essa estendeva l'accesso ai consigli comunali ai rappresentanti della minoranza fino ad allora esclusi in quanto tutti i posti in consiglio venivano riservati alla lista vincente, e istituiva la nomina del presidente delle Amministrazioni provinciali da parte non più del prefetto bensì dei consiglieri eletti. Parimenti i sindaci dei comuni con più di 10.000 abitanti furono eletti dai Consigli Comunali e non più investiti da un Regio Decreto su designazione di un prefetto. Il Testo Unico del 28 marzo 1895 determinando un sensibile aumento del numero degli elettori e dei deputati da eleggere, contribuì ad avvicinare le classi popolari alla vita pubblica e a favorire la nascita di formazioni politiche decisamente più democratiche rispetto a quelle del recente passato.
    Inoltre al fine di dare una struttura più organica e accentrata allo stato, fu unificata la Corte di Cassazione; venne istituita una quarta sezione del Consiglio di Stato, con funzioni non semplicemente consultive come le prime tre, bensì giurisdizionali; fu organizzato il corpo delle guardie di Pubblica Sicurezza allo scopo evidente di consolidare l'esecutivo, la cui inefficienza ed incisività rispondeva pienamente a una concezione borghese dello stato, ampiamente diffusa tra i politici del tempo a qualunque gruppo appartenessero. Crispi tentò anche un riavvicinamento tra Stato e Chiesa, che per la verità fallì miseramente. Il problema era tornato allora di grande attualità per le tendenze "conciliaristiche" manifestatesi in seno alla comunità ecclesiale da parte di alcune personalità di primo piano nel mondo cattolico, quali l'arcivescovo il Milano Geremia Bonomelli e lo storico Luigi Tosti, abate di Montecassino. Costoro, preoccupati per le continue manifestazioni di reciproca intolleranza fra mondo laico e mondo cattolico, avevano aderito al cosiddetto "partito della conciliazione", erede in un certo senso del neo-guelfismo risorgimentale, e nello stesso tempo avevano assunto una posizione critica nei riguardi del "non expedit".
    La reazione dei cattolici intransigenti fu dura e ribadì il rifiuto dello stato liberale e di ogni contaminazione fra liberismo e cattolicesimo trovando autorevole espressione nel "Osservatore Cattolico" e nel suo direttore Davide Albertario, il quale non indietreggiò neppure di fronte al Vaticano, allorché il nuovo papa, Leone XIII, giudicò le sue posizioni troppo radicali. Il nuovo papa, infatti, già durante il periodo trascorso come vescovo a Perugia, aveva dato prova di una certa apertura nei riguardi di una possibile soluzione della "questione romana", forse anche perché memore della positiva esperienza vissuta come nunzio apostolico del Belgio, una nazione a regime liberale e pertanto aperta al progresso moderno, nella quale i cattolici partecipavano attivamente alla vita pubblica e dove tra mondo laico e mondo cattolico erano più le convergenze che le divergenze. Leone XIII lasciò ai "conciliataristi" la possibilità di esprimere voti di pacificazione e di prendere iniziative che risolvessero quello che nel concistoro del 23 maggio 1887 egli aveva definito un "funesto dissidio", auspicando che potesse essere tolto di mezzo al più presto, purché fossero salvaguardate "la giustizia e la dignità della Sede Apostolica" e purché il Papa "non fosse soggetto alla potestà di alcuno e godesse di una piena e vera libertà come postulano i suoi diritti".
    Fu appunto in tale circostanza che Luigi Tosti, incoraggiato dalla posizione assunta dal pontefice, procedette alla pubblicazione di un opuscolo, divenuto ben presto famoso, dal titolo "La Conciliazione", il cui testo, auspicante un rapido accordo tra il Vaticano (residenza del Papa) e il Quirinale (residenza del re d'Italia), era stato steso da Tosti direttamente con Crispi, ugualmente desideroso di tentare il "miracolo della conciliazione" non riuscito né a Cavour, né ai suoi successori. Tale aspirazione non si realizzò sia per l'intransigenza di alcuni ambienti ecclesiastici, fermamente decisi a richiedere il riconoscimento del potere temporale e la restituzione di Roma al suo "legittimo sovrano", sia per le pressioni esercitate sul papa da alcune potenze straniere prima tra esse la Francia. Di fronte a tale atteggiamento, aggravato da una netta presa di posizione del Vaticano nei confronti dell'opuscolo di Tosti, Crispi si riarmò del suo antico anticlericalismo rendendo di nuovo particolarmente acuta la tensione fra Stato e Chiesa:

  • fu abolito, ad opera del ministro della Pubblica Istruzione Paolo Boselli, l'insegnamento religioso nelle scuole primarie;
  • le istituzioni di beneficenza (le cosiddette "opere pie" già "Congregazioni di carità") furono sottratte alla sorveglianza delle autorità ecclesiastiche e vennero da allora in poi amministrate da autorità civili e poste sotto il diretto controllo dei prefetti;
  • fu istituita la punibilità per i ministri del culto che si fossero comportati in modo sleale e oltraggioso nei confronti dello Stato e dei suoi legittimi rappresentanti;
  • infine nel 1889 nel Campo dei Fiori a Roma fu eretto un monumento a Giordano Bruno, simbolo della inconciliabilità fra pensiero laico e pensiero religioso.

    Sul piano della politica estera il principio informatore dell'azione di Crispi fu costituito dal permanente tentativo di rovesciare il segno decisamente difensivo della Triplice Alleanza in direzione offensiva, così da farne un utile strumento di sostegno all'espansione italiana nel Mediterraneo. In questa prospettiva egli scelse di appoggiare apertamente l'Austria nella "questione balcanica" anche a costo di inimicarsi definitivamente la Russia e abbandonò la politica perseguita nel passato dal ministro degli esteri Carlo Felice di Robilant, volta a favorire l'allentarsi delle tensioni. Egli anzi tese ad esasperarle, accentuando anche i contrasti commerciali e politici con la Francia e puntando così a collocare l'Italia al centro di un sistema politico-militare mediterraneo di cruciale interesse per gli equilibri europei. A sostegno di questa politica egli accentuò la repressione contro i movimenti irredentisti antiaustriaci, aprì le frontiere alla penetrazione del capitale tedesco, assunse pesanti oneri finanziari per far fronte ai crescenti impegni militari richiesti dagli alleati, pagando nel contempo un durissimo prezzo economico a causa della paralisi del commercio con la Francia (che il 27 ottobre 1888 decise l'applicazione delle tariffe di guerra contro l'Italia). Crispi quindi, preoccupato di rialzare le sorti del conflitto etiopico, conclusosi con l'eccidio di Dogali, inviò rinforzi in Africa orientale, dando allo stesso tempo inizio ad un'azione diplomatica a vasto raggio, che si concluse con il Trattato di Uccialli (1889) stipulato con il negus Menelik asceso al trono nel 1889 dopo la morte di Giovanni Cassa.
    In base ad esso erano definiti i limiti della zona che gli Italiani avrebbero occupato sulla costa del Mar Rosso e nel retroterra e veniva riconosciuto il protettorato dell'Italia su tutta l'Etiopia, e subito dopo poteva essere proclamata la costituzione della colonia Eritrea (1890). Quasi contemporaneamente Crispi si accordava con il sultano di Zanzinbar per l'acquisto di Benadir e con i sultani dell'Obbia e della Migiurtina per il riconoscimento del protettorato italiano sulla costa somala, dando così origine al primo nucleo della Somalia Italiana. All'iniziativa che aveva offerto all'Italia la possibilità di registrare un notevole successo e di guadagnare una insperata posizione d'influenza e di prestigio in un territorio esteso dal Mar Rosso all'Oceano Indiano, corrispose un atteso contraccolpo: la Francia, proprio mentre erano in atto trattative economiche importanti e delicate per l'Italia, decise di interrompere ogni rapporto con la controparte, creando le premesse di quella "guerra delle tariffe" che, protrattasi dal 1888 al 1892, danneggiò gravemente il nostro Paese. Crispi, però, piuttosto che cedere alle pressioni francesi e giungere ad un compromesso manovrò in modo da ovviare gradatamente ai danni arrecati all'economia italiana, intensificando i rapporti economici e politici con la Germania ed opponendosi con successo (grazie all'appoggio delle altre potenze europee) al tentativo fatto dal governo di Parigi di trasformare in possedimento il protettorato sulla Tunisia.