Secondo Governo Crispi

Dopo le dimissioni di Giolitti, Crispi riprese il potere nel successivo mese di dicembre (1893) e lo mantenne per circa 3 anni, sino al marzo 1896. Il suo primo pensiero fu il ristabilimento dell'ordine interno, che egli non perseguì, come Giolitti, cercando di rendersi conto delle reali condizioni del Paese e di avviare conseguentemente le riforme sociali di cui aveva urgente bisogno, ma all'opposto, egli fece ricorso a duri sistemi repressivi e ad atteggiamenti addirittura reazionari specie contro i socialisti, che di quelle riforme si erano fatti sostenitori ed interpreti. Considerando infatti le lotte operaie e contadine unn attentato all'unità e alla sicurezza dello Stato, un delitto contro la giustizia oltre che una violazione del legittimo titolo di proprietà, di fronte all'estendersi di manifestazioni di protesta, Crispi scelse la maniera forte. Il 4 gennaio 1894 proclamò lo stato d'assedio in Sicilia e come conseguenza i Fasci di combattimento furono immediatamente sciolti d'autorità e i loro leaders furono tutti arrestati, mentre all'esercito e ai tribunali militari veniva affidato il compito di riportare l'ordine nell'isola stroncando definitivamente il movimento.
Provvedimenti analoghi vennero presi in Lunigiana, dove l'agitazione dei cavatori di marmo, innescata dalle pesanti condizioni di vita e di lavoro di questi operai, si stava trasformando sotto l'influenza degli anarchici in un tentativo di insurrezione armata. Qualche mese più tardi Crispi estese a tutto il territorio nazionale l'attacco al movimento operaio, decretando lo scioglimento del PSI e delle organizzazioni ad esso aderenti.
Dopo aver così soffocato ogni fermento, neppure si preoccupò di dare una soluzione positiva alla crisi, accentuata (oltre che dall'arretratezza dell'agricoltura) da uno stentato decollo dell'industria e da uno scarso sviluppo dell'attività commerciale malgrado l'impegno creditizio posto in atto proprio in quegli anni soprattutto dalle Banche popolari, sorte un po' ovunque per iniziativa di uno statista ed economista di alto livello quale fu Luigi Luzzatti. Quando ormai tutto sembrava avviato per il meglio, nella colonia Eritrea la situazione iniziò a deteriorarsi. Il negus etiopico Menelik, una volta consolidatosi sul trono, aveva rotto gli accordi di Uccialli e, geloso dell'indipendenza del suo Paese e per di più segretamente sollecitato dalla Francia contraria all'espansione coloniale italiana, aveva dato inizio alle ostilità. Rifornito di armi moderne dai Francesi, attraverso il porto di Gibuti, egli aveva lanciato all'attacco, nel febbraio 1895, un esercito di quasi 100.000 uomini riuscendo a sopraffare sull'Amba Alagi un presidio italiano al comando del maggiore Pietro Toselli; poi sempre avanzando verso nord, aveva costretto alla resa, dopo un assedio di 40 giorni, il presidio di Macallé agli ordini del maggiore Giuseppe Galliano.
Infine giunto ad Abba Garima nella pianura di Adua, si era scontrato il 1 marzo 1896 con il grosso delle nostre truppe (poco più di 15.000 uomini al comando del generale Oreste Baratieri) infliggendo loro una dura sconfitta. L'esito dello scontro fu determinato sia dalla superiorità numerica dell'esercito etiopico, sia da gravi carenze logistiche e di collegamento e da tragici equivoci ed errori compiuti dallo stesso Baratteri. In seguito a questo grave insuccesso, i numerosi avversari di Crispi, capeggiati da Felice Cavallotti e dalla Sinistra estrema, attaccarono duramente il vecchio statista, il quale non osò neppure affrontare il Parlamento e si dimise il 9 marzo 1896, scomparendo così per sempre dalla vita politica italiana.