La battaglia di Pavia

La battaglia di Pavia, combattuta nel febbraio del 1525 tra le truppe imperiali di Carlo V comandate dal marchese di Pescara e dal duca di Borbone e l'esercito francese agli ordini dello stesso Francesco I che nella mischia finì drammaticamente prigioniero del nemico.
La pattuglia dell'esercito imperiale strisciò tra gli alberi avvicinandosi alle mura di Pavia: doveva rifornire i difensori della città, ormai ridotti alla disperazione a causa dei ventimila francesi che l'assediavano. Nel silenzio della notte i soldati cercarono di evitare il minimo rumore, ma le vedette francesi stavano all'erta e al primo allarme si scatenò il finimondo.
Per gli imperiali era praticamente preclusa la strada del ritorno e sotto l'uragano dell'artiglieria si infilarono massicciamente, a cuneo, nel varco ormai aperto dello schieramento nemico. In loro soccorso si gettarono gli assediati che, aperto subito un varco nelle mura, uscirono a dar loro manforte.

Era la notte del 24 febbraio 1525. Cominciato come una scaramuccia, lo scontro notturno si trasformò rapidamente in una mischia furibonda quando alcuni reparti dell'esercito imperiale accorsero in aiuto all'avanguardia e tutto l'esercito francese fu presto in allarme. Il re di Francia, Francesco I, indossò rapidamente l'armatura e accorse nel settore in cui più violenta divampava la lotta, ma il suo intervento costrinse l'artiglieria francese a interrompere il martellamento. Di ciò approfittò Fernando Francisco d'Avalos , marchese di Pescara e comandante delle truppe imperiali, per incunearsi ancor più profondamente entro lo schieramento nemico.

All'alba di quella gelida mattina d'inverno la manovra spagnola aveva ormai tagliato fuori la fanteria francese; il peso maggiore della battaglia doveva ora essere sopportato dalla cavalleria.
Il marchese di Pescara, nel momento in cui cominciava a far chiaro, fece entrare in azione i propri archibugieri, cui bastava sparare all'impazzata per seminare scompiglio e morte tra le file dei cavalieri francesi.

Verso le otto del mattino la sorte della battaglia era praticamente decisa giacché i mercenari svizzeri di Francesco I erano stati costretti alla fuga; a fronteggiare il nemico restavano soltanto i lanzichenecchi. Fu proprio allora che un fortunato colpo d'archibugio, colpì il cavallo del re: trascinato giù dalla caduta dell'animale, Francesco I era ben riconoscibile per la preziosa armatura di cui era rivestito, per la catena d'oro massiccio dell'ordine di San Michele che gli pendeva sul petto e per la foga con la quale si stava battendo, ma nella caduta si era ferito e i suoi movimenti erano impacciati. In suo aiuto accorsero numerosi gentiluomini francesi, che gli misero intorno, ma quando anche i lanzichenecchi cominciarono a cedere, il re fu perduto.
Non è semplice stabilire ciò che effettivamente accadde giacché in seguito quasi tutti gli hommes d'armes dell'esercito imperiale si vantarono di aver contribuito alla straordinaria cattura e le numerose versioni non concordano. Secondo alcuni un colpo del conte di Salm avrebbe fatto saltare la spada dalla mano del re; secondo altri Francesco I sarebbe stato immobilizzato da un certo Giovanbattista Castaldo, originario di Cava dei Tirreni, che avrebbe poi ricevuto come ricompensa un po' dell'oro ricavato dalla fusione della corona regale. In realtà furono in molti a tentare di prendere prigioniero il re di Francia: di sicuro risulta che Francesco I si trovò d'un tratto circondato, stretto da ogni parte senza scampo. Si sa anche che un gentiluomo riuscì a fargli scudo chiamando affannosamente Carlo di Lannoy, il viceré di Napoli, perché prendesse in consegna l'illustre prigioniero. E a quanto pare il Lannoy si inginocchiò davanti al re, ne ricevette la spada in segno di resa e gli consegnò con deferenza la propria.

Erano le nove del mattino quando la battaglia di Pavia terminò quasi di colpo: la voce della cattura del re si sparse con rapidità fulminea e seminò lo sgomento tra le file francesi. Molti cercarono scampo gettandosi nel Ticino e numerosi furono gli annegati: la più grande battaglia combattuta nel XVI secolo sul suolo italiano fu risolta in quattro ore e determinò la fine del predominio francese sulla penisola.