Il Colleggio

Luogo di istruzione e disciplinamento dell'anima e del corpo, il collegio è stato oggetto di studio, soprattutto in questi ultimi decenni, da parte di molti studiosi: e tra questi è doveroso ricordare l'analisi profonda, sia in campo storico che filosofico, condotta da Michel Foucault. A differenza del monastero medievale, che è costruito in luoghi spesso inaccessibili e comunque lontani dalla vita mondana, il collegio religioso che nasce intorno alla metà del XVI secolo è collocato nel cuore della realtà cittadina; è pensato per un rapporto diretto con la vita borghese e con la società aristocratica, che è il settore sociale cui i Gesuiti si rivolgono; diviene un punto di riferimento visibile e fondamentale nell'organizzazione della Controriforma; è uno spazio destinato all'istruzione e alla formazione della classe dirigente.

L'istituzione del collegio non era tuttavia un fatto nuovo: nel XII secolo esso era una struttura per gli studenti poveri, che vi ricevevano vitto, alloggio e libri; la loro diffusione era concentrata più che altro in Inghilterra (si chiamavano halls), ma dal XV secolo divennero importanti centri scolastici. Nel 1400 William Wykenham fondava il New College, con una marcata impronta letteraria, e a Lovanio, in Belgio, era fondato nel 1517 da Jerome Busleyden il Collegium Trilingue dove si impartivano il latino, il greco e l'ebraico. Al 1531 risale infine la fondazione del prestigioso Collège de France voluto dal sovrano Francesco I. Inoltre, a fianco dei Gesuiti sorgono altri ordini religiosi, con altrettante strutture e precise intenzioni educative e assistenziali: i padri Somaschi (fondati nel 1532 dal gentiluomo Girolamo Emiliani) organizzano nel Bergamasco (ma anche a Milano, Pavia, Brescia, Verona e Venezia) una forma di assistenza agli orfani e ai bambini abbandonati; i padri Scolopi per opera del sacerdote di origine spagnola Giuseppe Calasanzio aprono a Roma nel 1597 la prima scuola popolare gratuita: da qui la congregazione delle Scuole Pie si diffonde anche in altre regioni del centro Italia e nel 1630 estende la sua attività alle scuole superiori, entrando in contrasto con i Gesuiti.

L'originalità del collegio gesuita consiste nell'avere creato un ambiente che è esso stesso educativo: i tempi e gli spazi sono estremamente razionalizzati, scanditi, progettati secondo un uso e un consumo già disposti in anticipo. La fermezza della disciplina è un dato di fatto, ma il corrector (il titolare della frusta) entra in azione solo in casi eccezionali: probabilmente il collegio è una struttura autocorrettiva, normalizzatrice. Il sistema è centralizzato e disposto secondo una gerarchia che va dal Preposto generale fino agli insegnanti, dal generale al particolare: un organigramma fatto apposta per essere ineccepibile, incontestabile, impermeabile all'evoluzione dei tempi. La penetrazione dei Gesuiti nel tessuto sociale e scolastico a partire dal secondo Cinquecento e fino al 1773 (anno in cui Clemente XIV dichiarò sciolta la Compagnia di Gesù) ha avuto una portata senza precedenti: quando, nel corso del Settecento, alcuni principi illuminati daranno il via all'istituzione della scuola pubblica statale, la concorrenza qualitativa e organizzativa dei collegi sarà talmente penalizzante da bloccare sul nascere tali riforme, impedendo concretamente lo sviluppo di una scuola laica moderna.

Il collegio, l'istituzione religiosa e il metodo che esso rappresenta, sono al centro di un'aspra polemica intellettuale e ideologica. Durante la stagione più significativa dell'illuminismo francese, cioè dopo la metà del XVIII secolo, e di fronte alla razionalizzazione dei processi educativi portata avanti dal collegio dei Gesuiti, Rousseau contrappone nel suo principale trattato pedagogico, l'Emilio, la liberazione della coscienza morale autonoma, l'intraprendenza delle scelte e il rispetto per le conseguenze che quest'ultime possono implicare nella crescita dell'uomo. Rousseau dedica ai Gesuiti ben poca attenzione, anche se ne conosceva benissimo i metodi e i sistemi: nell'Emilio si limita infatti a definire i collegi "ridicoli istituti", concordando in questo con la posizione espressa da D'Alembert nella voce Collegio dell'Encyclopédie. Dopo aver compiuto gli studi di umanità, retorica, filosofia, costumi e religione, scrive D'Alembert, "risulta che un giovane, dopo aver trascorso in un collegio dieci anni che vanno considerati tra i più preziosi della sua vita, ne esce, pur quando abbia impiegato il suo tempo nel modo migliore, fornito di una conoscenza molto imperfetta di una lingua morta, di precetti di retorica e di principi di filosofia che deve cercare di dimenticare; spesso con una corruzione di costumi che dà luogo, come minimo, alla perdita della salute; a volte con principi di malintesa devozione; ma più spesso con una conoscenza superficiale della religione, tale da soccombere alla prima conversazione empia o alla prima lettura pericolosa".