Roma preda dei lanzichenecchi

La prima metà del Cinquecento è segnata dallo scontro tra le grandi potenze europee per la conquista della supremazia. Con l'acquisizione dei domini spagnoli, l'immenso impero di Carlo V è diventato un pericolo per la Francia, che ne è accerchiata. Per proseguire la lotta, dopo la sconfitta di Pavia, Francesco I forma un'alleanza con una serie di stati minori, come Venezia, Firenze e lo Stato della Chiesa. Quest'ultimo subisce le conseguenze più gravi: le truppe mercenarie imperiali dei lanzichenecchi (dal tedesco Landsknecht, "servo del paese") puntano su Roma, con la prospettiva di un bottino favoloso, devastando tutto ciò che incontrano sul loro cammino. Il saccheggio della città e l'assedio al pontefice (Clemente VII, cioè Giulio de' Medici, nipote di Lorenzo il Magnifico) asserragliato in Castel Sant'Angelo, si concluderanno solo otto mesi dopo, quando lo scatenarsi di un'epidemia di peste costringerà le truppe imperiali ad abbandonare la città.

Benché annunciata per tempo da molti segnali, la sciagura colse Roma impreparata, nondimeno bisogna pur dire che nessuno poteva immaginarla così terribile. Quando i lanzi arrivarono sulla sommità di Monte Mario, il conestabile di Borbone li arringò: "Se mai vi è capitato di pensare al saccheggio di una città per guadagnare ricchezze e tesori, eccovela! È la più ricca: la signora del mondo". Quei 30.000 uomini stanchi, laceri, affamati e pieni di livore guardarono Roma ai loro piedi immersa nel pulviscolo d'oro del tramonto. E continuarono a guardarla mentre improvvisavano un accampamento sulle colline tra Monte Mario e il Gianicolo.

Secondo gli storici Roma contava, in quella primavera del 1527, circa 90.000 abitanti e soltanto pochissimi fortunati avevano avuto la fortuna di fuggire, giacché il papa aveva ordinato che tutti restassero al loro posto. Chi aveva denari e suppellettili preziose cercò di nasconderle, chi aveva ragazze in casa cercò un convento per metterle al sicuro; gli ottimisti si barricarono in casa e qualcuno raccolse perfino delle "milizie" nell'intenzione di potersi difendere. All'alba del 6 maggio l'esercito imperiale si mosse a ranghi serrati, protetto dalla nebbia. L'attacco principale fu quello dei lanzichenecchi di Corrado di Bemelberg, contro la Porta Torrione, più o meno dov'è oggi il Largo Cavalleggeri, mentre reparti di spagnoli e di italiani attaccarono a Porta Santo Spirito e altri a Trastevere. Il primo urto fu respinto: i lanzi che riuscirono a raggiungere gli spalti furono ributtati di sotto, nel fossato, mentre i difensori rovesciavano le scale a mano a mano che venivano appoggiate alle mura.

Intervenne personalmente il Borbone che riportò ordine nell'attacco spedendo i lanzi a Porta Santo Spirito e facendo accorrere alla Porta Torrione spagnoli e italiani. L'assalto si rivelò più difficile del previsto e il connestabile, nell'intento di animare gli uomini, scese da cavallo e volle personalmente salire su una scala, esortando i suoi a seguirlo. Un colpo d'archibugio gli squarciò il basso ventre e lo fece precipitare. Dall'alto delle mura lo riconobbero perché era coperto da una cotta ricamata d'argento, ma non udirono quello che ebbe il tempo di mormorare quando i suoi lo soccorsero: "Ah, Notre Dame, je suis mort!".

I difensori di Roma, per il momento, avevano la meglio ma sapevano di non poter resistere a lungo a quei diavoli scatenati. E appena una pattuglia nemica riuscì a insinuarsi dentro le mura attraverso la finestra di una cantina del cardinale Armellini, malamente ricoperta di terra e di letame, furono presi dallo scoramento. Lo stesso Renzo di Ceri, il loro comandante, invece di provvedere a tamponare la falla, provocò il panico tra i suoi gridando, poco eroicamente: "Ecco il nemico, si salvi chi può", quindi se la dette a gambe per rifugiarsi, chissà perché, in Campidoglio. Gli uomini che si battevano sulle mura abbandonarono gradualmente il loro posto e fu soltanto per questo, anche se le fonti tedesche non condividono tale versione, che gli assalitori ebbero così rapidamente la meglio. Lo sfacelo avvenne talmente in fretta che il papa stesso udì le grida degli invasori mentre era nel palazzo apostolico: già si stava combattendo in piazza San Pietro. Clemente VII era deciso a farsi trovare davanti all'altare: se doveva morire sarebbe morto come un martire, ma i monsignori di curia e i cardinali lo costrinsero a mettersi in salvo, trascinandolo via. Già si stava sparando nei pressi del corridoio che porta a Castel Sant'Angelo e se si fosse indugiato ancora non si sarebbe fatto in tempo a mettersi in qualche modo al sicuro. Si presero in fretta e furia dei viveri e ci si avviò quasi correndo verso la fortezza sulla riva del Tevere. Perché i lanzichenecchi non vedessero la bianca tonaca del Santo Padre mentre percorreva il corridoio, un vescovo si tolse il mantello paonazzo e lo gettò sulle spalle di Clemente VII.

A quel punto Castel Sant'Angelo era già affollato e vi regnava un'indescrivibile confusione. Nondimeno prima di sera non meno di tremila persone vi si sarebbero asserragliate, oltre ai cardinali e alla corte papale. Ci si rese conto che non c'erano né viveri né munizioni e si dovette provvedere alla meglio saccheggiando alcune case e alcuni magazzini più a portata di mano. Una vera folla tumultuava per entrare: gentiluomini, dame, mercanti: il cardinale Pucci riuscì a entrare perché un domestico lo infilò da una finestra; era mezzo morto per i colpi ricevuti. Il cardinale Armellini ce la fece soltanto perché lo issarono con una cesta: la porta era già stata sbarrata. Roma era nelle mani degli invasori, decisi a infliggere una lezione memorabile alla città corrotta, come avevano predicato i luterani. Avrebbe scritto nel proprio diario un ufficiale dei lanzi: "Poiché nessun cittadino riesce a fuggire... giovane o vecchio, povero o ricco che sia, tutti, a eccezione dei morti, vengono fatti prigioni per via di tormenti, quand'è il caso, obbligati a pagare il loro riscatto e, col riscatto, la colpa di essersi smenticatti di Dio. Così noi castighiamo quelli che hanno fallato e per l'avvenire ardiranno fallare". Alla fine, quando la peste indusse finalmente l'esercito imperiale a lasciare la città, Roma era irriconoscibile. C'erano, ormai meno di 30.000 superstiti