Regno d'Italia
Politica interna della destra storica

Lo schieramento politico che assunse la direzione del governo dopo l'unificazione, fu quello della Destra. Non avrebbe potuto essere diversamente, dal momento che il peso economico e militare del rinascimento era stato sostenuto soprattutto dai moderati liberali uniti alla monarchia sabauda. Rimasti al potere per circa 15 anni dal 1861 al 1876, essi però suscitarono un diffuso malcontento a causa del modo in cui affrontarono i numerosi e gravi problemi del nuovo stato.

Una delle prime scelte di politica interna riguardò l'applicazione a tutto il territorio nazionale, senza alcuna gradualità, della tariffa doganale del Piemonte, inferiore quasi dell'80% rispetto a quelle degli stati preunitari più protetti, come il Regno delle due Sicilie. Quella scelta, inserendo i produttori italiani nel contesto europeo liberoscambista, spingeva le aree agricole più dinamiche (pianura padana ed emiliana) ad accelerare il processo di modernizzazione già avviato, ma nello stesso tempo esponeva le aree più arretrate e meno competitive a contraccolpi disastrosi e sacrificava le già deboli industrie meccaniche e metallurgiche, incapaci di reggere la concorrenza delle imprese europee, più sviluppate.

La seconda grande scelta riguardò la politica di bilancio: si trattava di decidere se puntare sull'ampliamento del mercato, scontando anche un prolungamento del deficit ed affidando al successivo sviluppo il compito di eliminarlo, oppure se perseguire una rigorosa politica di pareggio di bilancio. Gli uomini della destra "in base ai dettami delle teorie allora in auge secondo cui il pareggio di bilancio o, meglio ancora, le eccedenze attive di esso, erano l'indice più sicuro della prosperità e della forza di un regime", scelsero la seconda soluzione determinando così l'impoverimento dei capitali destinati alle imprese agricole e industriali e rendendo più drammatica la povertà in cui si dibattevano i ceti sociali inferiori. Tuttavia il carico fiscale non fu distribuito in misura proporzionale rispetto al censo dei vari strati sociali. Mentre si mantenne decisamente bassa l'imposta fondiaria, favorendo così la grande proprietà terriera e la rendita, furono colpiti in misura maggiore i redditi dei settori industriali e commerciali, ma soprattutto, con il ricorso alle imposte dirette, si colpì indiscriminatamente tutta la popolazione, in particolar modo le masse contadine più povere. Su queste ultime pesava la famigerata "imposta sul macinato" del 1868, che incideva direttamente sul prezzo del pane. Questa imposta doveva essere pagata al mugnaio da colui che aveva portato il grano alla macina, prima del ritiro della farina. Essa comportava quindi un aggravo di costi per i coltivatori, che si ripercuoteva inevitabilmente sul prezzo del pane e quindi sul tenore di vita dei ceti più bassi, della cui dieta il pane rappresentava una parte consistente. La pesantezza di questa politica e del carico fiscale fu ulteriormente accentuata dal carattere statale e legislativo della via piemontese all'unificazione. Il riconoscimento del debito pubblico e degli impegni finanziari assunti dagli stati preunitari, la sopravvivenza delle vecchie burocrazie, determinata dalla volontà di non rompere con alcuna frazione delle classi proprietarie, fece sì che il deficit di bilancio aumentasse enormemente. Inoltre la classe politica della Destra storica non ricorse all'aiuto dei privati, ma impegnò direttamente lo stato nella costruzione e nel finanziamento delle infrastrutture essenziali all'unificazione economica: nelle ferrovie furono investiti ben 1.850 milioni e in un ventennio la rete rotabile raggiunse gli 8.700 Km, le strade 3.500 Km. Tutto ciò, sommato agli investimenti su poste e telegrafo, impose ulteriori carichi all'erario.