Regno d'Italia
La terza Guerra di Indipendenza

Dal 1861 in poi, Venezia e Roma furono la preoccupazione costante della politica estera italiana. L'unico dubbio era quanto a lungo sarebbe stato necessario attendere prima di combattere la terza guerra di liberazione contro l'Austria. Ma il passaggio a Grande Potenza non era per nulla facile. Cavour aveva desiderato una guerra generale europea che gli desse agio di esplicare la sua consumata abilità diplomatica e consentisse all'Italia di esercitare un certo peso sulla bilancia dell'equilibrio politico. Ma neppure sarebbe arretrato al pensiero di affrontare l'Austria anche senza alleati, in quanto calcolava che l'Italia avesse comunque più da guadagnare di quanto l'Europa potesse consentire che perdesse. Invece dopo la sua morte la politica estera italiana divenne assai più timida. L'appoggio della Francia era ormai meno deciso, in quanto Luigi Napoleone preferiva mantenersi la simpatia dei clericali francesi e l'Italia d'altra parte era già grande abbastanza da far concepire qualche dubbio alla sua vicina d'oltralpe. Mazzini e Garibaldi invitavano il re a marciare su Venezia, minacciando di riprendere la propaganda repubblicana. Mazzini argomentava che l'Austria era alle prese con una grande crisi finanziaria e il re, convinto a metà, entrò nel 1863-1864 in segreta relazione con Mazzini stesso. I suoi ministri, completamente all'oscuro delle iniziative di Vittorio Emanuele, stavano nel frattempo tentando di attirare le potenze occidentali in una guerra con la Russia nella speranza che l'Italia potesse approfittare in qualche misura del rimescolamento generale. Il re, sapendo che gli Inglesi volevano un'Austria forte per la conservazione della stabilità europea, pretese dapprima che le intenzioni dell'Austria fossero sondate per via diplomatica. Dall'altra parte alcuni uomini di stato e finanzieri austriaci si rendevano conto che la minaccia prussiana e la crisi finanziaria messe insieme rendevano consigliabile tenere buona l'Italia. Dato che fra i due paesi non esistevano ancora normali relazioni diplomatiche, i negoziati vennero aperti attraverso privati, ma le trattative fallirono perché l'Italia (o quantomeno la monarchia) voleva la guerra. La Marmora intanto aveva contemporaneamente avviato delle conversazioni con la Prussia, un fatto questo di cui l'Austria era perfettamente a conoscenza grazie a dei messaggi che era riuscita ad intercettare e a decifrare, e inoltre stava già mandando degli ufficiali travestiti al di là della frontiera austriaca per preparare le ostilità. L'errore dell'Italia di voler trattare contemporaneamente con l'Austria e con la Prussia divenne palese quando l'Austria all'ultimo momento offrì di cedere pacificamente Venezia in cambio della neutralità italiana. La Marmora fu costretto a respingere questa saggia e generosa offerta in quanto riteneva che l'onore italiano fosse ormai impegnato ad aiutare la Prussia nella guerra. In quanto soldato che voleva dirigere una campagna, l'idea di un compromesso non gli andava a genio, ed inoltre egli calcolava, a torto, che la guerra avrebbe fruttato il Trentino oltre al Veneto. Un trattato segreto di alleanza con la Prussia venne così firmato nell'aprile 1866: nel caso di una guerra vittoriosa contro l'Austria, l'Italia avrebbe ottenuto il Veneto ma non il Trentino che Bismarck aveva escluso dagli accordi sostenendo che si trattava di territorio tedesco. La Marmora aveva l'intenzione di combattere la sua guerra per conto proprio e respinse per tanto il suggerimento di firmare pure una convenzione militare e collaborare ai piani strategici prussiani (era noto che Bismarck, d'accordo con Garibaldi, desiderava che gli Italiani varcassero l'Adriatico e incitassero gli Slavi e gli Ungheresi alla rivolta). Una clausola del trattato segreto prevedeva, inoltre, che nessuno dei due paesi potesse concludere un armistizio o la pace senza l'assenso dell'altro. Il trattato si sarebbe dovuto considerare decaduto se entro tre mesi la Prussia non avesse dichiarato guerra all'Austria. Quasi contemporaneamente alla firma del governo italiano iniziò la mobilitazione dell'esercito e 130.000 riservisti furono richiamati, mentre numerosi volontari accorrevano alla chiamata di Garibaldi che si era messo a disposizione del re. Quando il 17 giugno del 1866 la Prussia dichiarò guerra all'Austria il presidente del consiglio italiano, La Marmora, si dimise per raggiungere lo stato maggiore al fronte, cedendo la guida del governo a Bettino Ricasoli. Il 20 giugno anche l'Italia entrò ufficialmente in guerra, e l'inizio delle operazioni militari, la cui guida fu assunta formalmente da Vittorio Emanuele II, fu fissato per il giorno 23.  Le cose assunsero ben presto una brutta piega, nonostante che gli Austriaci fossero duramente impegnati sul fronte settentrionale dai Prussiani e potessero contare sul fronte italiano su scarse risorse. La Marmora, superato il fiume Mincio alla testa di forze numericamente superiori, fu affrontato a Custoza il 24 giugno dagli Austriaci, comandati dal duca Alberto d'Asburgo, mentre avanzava a ranghi dispersi e senza avere un'esatta cognizione della dislocazione del nemico, e costretto a una disonorevole ritirata.  All'origine dell'indecorosa sconfitta vi furono clamorosi errori strategici, ingenuità e disorganizzazione, ma un ruolo decisivo fu giocato dalla rivalità che divideva i due comandanti di fatto dell'esercito, il generale La Marmora (che guidava il grosso delle truppe attestato sul Mincio) e il generale Cialdini (schierato sul basso Po). Tale rivalità continuò ad impedire una controffensiva italiana, nonostante il numero delle perdite fosse stato fino ad allora limitato (714 caduti italiani e 1.170 austriaci). Solo i volontari di Garibaldi si fecero onore in quella campagna, sconfiggendo gli Austriaci il 3 luglio e penetrando profondamente nel Trentino. Il 21 luglio, dopo una seconda vittoria a Bezzecca, si aprirono la strada verso Trento. Ma una seconda catastrofe militare gettò una profonda ombra di discredito sull'Italia. Il 20 luglio, nei pressi dell'isola dalmata di Lissa, la flotta comandata dall'ammiraglio Carlo Pellion di Persano fu clamorosamente sconfitta dall'ammiraglio austriaco Wilhelm Von Tegetthoff, perdendo la cannoniera Palestro e la nave ammiraglia Re d'Italia. Ciò indebolì gravemente la posizione italiana nei confronti dell'alleato prussiano, tanto che Bismarck, raggiunti i propri obbiettivi, scelse di non umiliare eccessivamente l'Austria e firmò l'armistizio il 26 luglio senza neppure interpellare il governo italiano (in aperta violazione del trattato dell'8 aprile). L'Italia dovette scegliere se proseguire la guerra da sola o rassegnarsi a chiedere un poco onorevole armistizio separato, rinunciando a parte delle conquiste. L'8 agosto il governo ordinò a Garibaldi di ritirarsi dal Trentino, che aveva in buona parte occupato con i suoi volontari, e Garibaldi rispose, a malincuore, con il celebre telegramma"Ho ricevuto il dispaccio n° 1073. Obbedisco". L'armistizio fu firmato il 12 agosto a Cormons, vicino a Gorizia.  Il trattato di pace tra Prussia e Austria, siglato a Praga il 23 agosto 1866, non prenderà neppure in considerazione l'Italia, riservando alla questione del Veneto una soluzione umiliante: esso sarebbe stato ceduto formalmente dall'Austria a Napoleone III, il quale avrebbe provveduto a trasferirlo all'Italia; Trentino e Venezia Giulia sarebbero rimasti all'Austria. Questa soluzione venne approvata e sanzionata anche dal trattato di pace tra Austria e Italia, siglato a Vienna il 3 ottobre 1866, con cui l'imperatore austriaco riconosceva anche il Regno d'Italia.  Il 19 ottobre 1866 il generale austriaco Karl Maring consegnò ufficialmente Venezia al generale francese Edmondo Le Boeuf, il quale a sua volta la cedette ai rappresentanti della città lagunare. Due giorni più tardi, il 21 ottobre, un plebiscito sanzionò l'unione del Veneto al Regno d'Italia; furono solo 69 i voti contrari su 647.426 votanti (la popolazione della regione era di 2.603.009 abitanti).