Regno d'Italia
La presa di Roma

La conclusione disonorevole della terza guerra d'indipendenza non passò senza conseguenze sulla situazione politica interna. Da una parte i mazziniani, dall'altra i cattolici, lanciavano violente bordate contro l'amministrazione moderata. A ciò si aggiunse la crisi del governo Ricasoli, formalmente determinata da un voto di sfiducia sul divieto di tenere comizi sulla legge ecclesiastica, e la sua sostituzione con un gabinetto presieduto da Rattazzi (10 aprile 1867). Fu in questo clima politico, avvelenato dalle polemiche e segnato dalla crescente impopolarità del governo, che maturò l'ultima impresa del Partito d'azione, intenzionato a far marciare su Roma un piccolo esercito di volontari comandato da Garibaldi e a giocare la carta dell'insurrezione popolare nella capitale. Ancora una volta Rattazzi assunse un atteggiamento ambiguo, prima approvando tacitamente l'impresa, poi (richiamato da Napoleone III agli impegni assunti dal governo italiano), facendo arrestare Garibaldi a Sinalunga, in provincia di Siena (24 settembre) e costringendolo al soggiorno obbligato a Caprera. Ciò tuttavia non riuscì a fermare l'azione. Pochi giorni più tardi, infatti, eludendo il blocco navale intorno all'isola, Garibaldi riuscì a raggiungere la Toscana e a prendere il comando di oltre 9.000 volontari.
Contemporaneamente Napoleone III, ritenendo violati gli accordi, ordinò la partenza da Tolone di un corpo di spedizione di 20.000 uomini diretti a Roma per garantire la protezione al Papa. Un primo tentativo di insurrezione fallì tra il 22 e il 23 ottobre: un gruppo di volontari, penetrati nella città alla guida dei fratelli Enrico e Giovanni Cairoli con l'obbiettivo di portare armi agli insorti, si scontrò con le guardie pontificie a Villa Glori. I morti furono 76, compresi i due comandanti. Tre giorni più tardi Garibaldi, raggiunto Monterotondo, a pochi chilometri da Roma, costrinse il presidio pontificio alla resa. Ma il 3 novembre a Mentana (l'ultimo avamposto sulla strada della capitale) subì una dura sconfitta ad opera della guarnigione francese sbarcata nel frattempo a Civitavecchia, superiore di numero e soprattutto armata dei nuovissimi fucili a retrocarica Chassepots. Costretto a ripiegare in territorio italiano, Garibaldi fu arrestato dalle truppe regie e rinviato a Caprera. L'ondata di indignazione dell'opinione pubblica contro il governo presieduto dal generale Luigi Menabrea (succeduto a Rattazzi il 27 ottobre 1867, nel pieno della crisi romana) e contro la Francia fu fortissima. Essa si saldò alla crisi sociale aperta dalla legge sul macinato. Il 14 dicembre 1869 il governo Menabrea fu costretto a dimettersi sostituito da un ministro presieduto dal piemontese Giovanni Lanza, che si avvalse, come ministro delle finanze, dell'opera particolarmente efficace di Quintino Sella. Si trattava di una svolta rispetto ai precedenti governi, retti da uomini di fiducia del re (il "partito della corte"), spesso senza grande esperienza politica ed economica. Esso si dedicò in primo luogo al risanamento finanziario e al pareggio di bilancio, assumendo provvedimenti assai severi (tra cui inasprimenti delle imposte dirette e indirette, tagli alla spesa militare, riduzione degli uffici centrali e periferici). Il governo Lanza godette anche di una situazione internazionale particolarmente favorevole e ne approfittò per risolvere definitivamente la questione romana. Il conflitto scoppiato il 19 luglio 1870 tra Francia e Prussia creò le condizioni per un facile intervento militare italiano. Già all'inizio di agosto Napoleone III  fu costretto a ritirare il piccolo corpo di spedizione di stanza nel Lazio, mentre in tutto il territorio italiano cresceva la richiesta popolare affinché il governo accelerasse una soluzione di forza. Il primo settembre l'imperatore francese cadde prigioniero dei Prussiani e il 4 fu proclamata a Parigi la repubblica. Il 5 il governo italiano decise all'unanimità di occupare Roma. Il conte Gustavo Ponza di S. Martino fu inviato nella capitale con l'incarico di tentare di concordare una soluzione pacifica con Pio IX.
Il re Vittorio Emanuele II offriva al Papa "tutte le garanzie necessarie all'indipendenza spirituale della santa Sede", ma il pontefice respinse recisamente ogni trattativa e l'esercito italiano, comandato dal generale Cadorna, invase lo Stato Pontificio senza incontrare resistenza. Solo per penetrare nella città fu necessario usare la forza: il 20 settembre 1870 l'artiglieria italiana aprì una breccia nelle mura presso Porta Pia e la città fu conquistata. Caddero 49 soldati italiani e 19 soldati pontifici. Il 2 ottobre un plebiscito sanzionò l'annessione di Roma e del Lazio all'Italia: su 135.188 votanti 133.681 furono favorevoli, 1.507 contrari. Un mese più tardi Pio IX emanò l'enciclica "Respicientes" con cui dichiarò "ingiusta, violenta, nulla e invalida" l'occupazione italiana, denunciò la condizione di cattività del pontefice e scomunicò il re d'Italia. Per parte sua il senato italiano votò, il 27 gennaio 1871, il trasferimento della capitale da Firenze a Roma con 94 voti favorevoli e 39 contrari. Finiva così l'ultimo brandello del potere temporale della Chiesa e al movimento democratico venivano sottratti un obbiettivo e un argomento di agitazione politica che ne avevano qualificato l'azione. Da allora la sinistra muterà la propria identità assumendo connotati profondamente diversi. I cattolici, invece, non modificarono la loro posizione di rigida contrapposizione nei confronti del nuovo stato italiano, nonostante che il parlamento avesse garantito per legge (legge delle guarentigie del 21 marzo 1871) alla Chiesa l'assoluta libertà di culto e la sovranità sui palazzi vaticani, del Laterano e della villa di Castel Gandolfo considerati fuori del territorio (extraterritorialità), assegnandole una congrua donazione annua pari a quella che l'erario pontificio versava per il mantenimento della corte papale. Occorreranno alcuni decenni perché venga rimosso l'esplicito e tassativo divieto di Pio IX di partecipare anche solo con il voto alla vita politica (il non expedit).