Regno d'Italia
Ultimi anni del Governo della Destra Storica

La decisione di fare di Roma la capitale nazionale creò dei problemi particolari. La città era divisa in "neri" e "bianchi", un po' come i Guelfi e Ghibellini di un tempo (salvo che in questo caso i papalini sono i neri). L'aristocrazia "nera", che a dire il vero aveva fatto ben poco per difendere il papa, si rifaceva adesso tenendosi in disparte dalla corte anteponendo il suo sentimento religioso ai suoi doveri civili. Certo vi era un graduale processo di conversione all'idea nazionale italiana ma per molti anni vi furono a Roma due società distinte, due corti e due corpi diplomatici. I governi che si susseguirono si sforzarono con ogni mezzo di conquistare le simpatie del popolo della capitale. Grandi somme vennero spese nella costruzione di edifici spettacolari in modo da dar lavoro alla gente e da "addolcire la pillola" dell'occupazione. Bisognava dare alloggio in qualche modo a 4.000 impiegati dello stato e il tentativo che ne seguì di modernizzare la vecchia città segnò l'inizio di un'ondata di speculazione sulle aree edilizie. I Romani scoprirono presto che le imposte che pagavano erano salite da 64 a 145 lire a testa, mentre gli affitti erano cinque volte più alti che prima del 1870. Corti e principi facevano a gara nel comprare i grandi parchi privati sul Quirinale e l'Esquilino e rivenderli poi vantaggiosamente come aree edificabili. I risultati furono notevoli, anche se non sempre di buon gusto: antichi palazzi furono trasformati in ministeri, la vegetazione del Colosseo venne distrutta e furono iniziati gli scavi dei fori. I tentativi di fare di Roma una capitale sul tipo di Parigi erano destinati a fallire, dato che la concorrenza del Vaticano rappresentava una difficoltà insuperabile. A questa si aggiungeva un forte sentimento regionale per cui Milano e Torino continuarono ad essere altrettanto importanti come centri della vita nazionale.  Roma mancava dei requisiti necessari per industrializzarsi e rimase provinciale sul piano della cultura. La sua università non aveva grande fama e la città non divenne mai il centro nazionale del giornalismo e dell'editoria. Roma rimase una città del passato, non era una città di teatri e di banche, era di chiese, palazzi e monumenti. Lo stesso Parlamento, che vi aveva la sede, era in un certo senso tagliato fuori dalla vera vita dell'Italia. Fortunatamente la vita politica rimase in quegli anni tranquilla alla superfice. Lanza succedette a Menabrea per un lungo periodo, dal 1869 al 1873, e cadde soltanto quando Depretis della Sinistra e Minghetti della destra si unirono nel votare un aumento di quattro volte dello stanziamento proposto per il nuovo arsenale di Taranto.  Minghetti, che sostituì Lanza, rimase anch'egli al potere per l'inconsueto periodo di tre anni. Nonostante tutto gli statisti della destra, la cui permanenza al potere stava ora volgendo al termine, avevano dato prova di patriottismo e di abilità politica. Durante i primi difficili anni avevano fatto quanto era stato loro possibile per instaurare una tradizione di governo parlamentare e di integrità politica. La destra aveva al suo attivo numerose realizzazioni: l'annessione di Venezia e di Roma aveva completato l'unificazione del regno; la rivoluzione agraria e industriale aveva avuto inizio; nel giro di quindici anni le entrate erano state triplicate e nel 1876 fu finalmente raggiunto il pareggio formale di bilancio. In contrasto con queste realizzazioni stava il fatto che il paese sosteneva il più pesante onere tributario in Europa, un onere che nemmeno andava a beneficio del benessere economico generale. La maggior parte dei beni demaniali ed ecclesiastici erano stati ormai venduti e ciononostante si era accumulato un ingente debito pubblico che distoglieva somme sempre maggiori dall'industria e dalle opere di trasformazione fondiaria. Francesco Ferrara, il più insigne economista del tempo, lamentava che non vi fosse alcun segno nella vita economica del paese che stesse ad indicare che la nazione era finalmente una. Anche nelle scienze, nelle lettere, nell'industria, nel commercio, nell'istruzione pubblica l'Italia era indietro rispetto agli altri paesi civili, pur insistendo a ritenersi superiore (in nome di un passato di cui peraltro non restavano tracce). Il "modello" della Destra aveva cominciato a mostrare segni di cedimento fin dall'inizio del decennio soprattutto per quanto riguarda la politica economica, inperniata su due principi guida:  

  • liberismo integrale nel commercio con l'estero (con il conseguente rifiuto di ogni tipo di misure protezionistiche);

  • statalismo rigoroso in politica fiscale e nel controllo dei centri vitali dell'economia (ferrovia, infrastrutture, sistema bancario, etc.). 

Nonostante si fossero raggiunti risultati apprezzabili nella costruzione delle infrastrutture essenziali per l'unificazione del mercato italiano (i cosiddetti "prerequisiti dello sviluppo"), la crescita economica e soprattutto la modernizzazione dell'apparato produttivo erano ormai a livelli insufficienti. Tra il 1861 e la metà degli anni settanta la partecipazione dell'industria alla formazione del prodotto lordo si era addirittura contratta, scendendo al di sotto del 20% e la classe operaia si era accresciuta solo di poche decine di migliaia di unità. Ancora nel 1880 la siderurgia italiana non superava le 100.000 tonnellate annue di acciaio, mentre l'inchiesta industriale promossa dal parlamento nel 1871 e conclusa nel 1873 "ebbe a documentare più la condizione di lenta agonia cui sembrava votato l'apparato produttivo italiano che non le sue doti di vitalità e di resistenza". Mancavano i capitali capaci di alimentare lo sviluppo industriale e l'intervento del governo non era stato sufficiente a rivitalizzare l'economia. Il regime monetario, che stabiliva la facoltà, per alcune banche riconosciute dallo stato, di emettere una quantità di cartamoneta superiore alle loro riserve auree, costituiva un'eccezione al principio, sacro nell'ottocento, in base al quale la cartamoneta doveva essere sempre convertibile in oro a richiesta del portatore. Il corso forzoso della moneta ebbe l'effetto di creare una condizione di maggiore liquidità e quindi di maggiore disponibilità di capitali per gli investimenti e la circolazione delle merci; esso tendeva contemporaneamente a favorire una moderata inflazione e a determinare, di fatto, una svalutazione della lira rispetto all'oro (che raggiunse circa il 10%), rendendo più facili le esportazioni (che venivano pagate in oro). Tuttavia fu tutto insufficiente, sia a proteggere la nascente industria italiana dalla concorrenza delle merci straniere, sia a garantirle la quantità di capitali necessari per svilupparsi. Anzi il corso forzoso adottato finì per scoraggiare l'afflusso di capitali stranieri diretti all'investimento. L'agricoltura non si trovava in condizioni migliori. La "scommessa" liberista secondo cui la immissione dell'agricoltura italiana senza protezioni sul mercato internazionale avrebbe dovuto stimolare i settori più dinamici dell'economia, appariva sempre meno credibile, anche perché si mostravano i primi sintomi di quella crisi agraria che sarebbe scoppiata pochi anni dopo per effetto della concorrenza dei prodotti agricoli americani.