Regno d'Italia
La Sinistra ed il Protezionismo

La scelta protezionistica in materia economica è esemplare sia in riferimento alle tendenze involutive che il governo della Sinistra storica venne evidenziando, sia per quanto riguarda il blocco sociale formatosi e rafforzatosi in quel periodo come intreccio di conservazione (il latifondo meridionale) e di novità (la nascente industria pesante). Il dominio incontrastato del credo liberista aveva cominciato ad incrinarsi già alla fine degli anni sessanta, quando l'Esposizione Internazionale di Parigi del 1867 aveva messo in risalto la drammatica arretratezza industriale dell'Italia rispetto alle altre potenze europee, in particolare alla Germania bismarckiana. Erano stati, allora, ristretti gruppi di economisti a segnalare l'importanza che l'azione dello stato avrebbe potuto assumere nel favorire un più rapido sviluppo industriale. Ma queste riflessioni non avevano raggiunto la classe politica che restò, nella sua componente di destra come di sinistra, rigorosamente liberista. In seguito tuttavia un piccolo ma combattivo gruppo di imprenditori, tra cui spiccava la figura di Alessandro Rossi, tessile vicentino, iniziò una battaglia per affermare un punto di vista "industrialista", cioè favorevole a un forte impegno dello stato nel sostenere la nascente industria, sia mediante una diversa politica doganale sia mediante l'affidamento di commesse pubbliche.  L'"Inchiesta industriale" rappresentò un momento importante nella battaglia industrialista-protezionista, in quanto registrò un vero e proprio plebiscito da parte del mondo imprenditoriale a favore di una maggiore protezione doganale dei prodotti italiani e servì inoltre come efficace strumento di propaganda nei confronti dei più scettici. L'accentuarsi della crisi economica a partire dal 1875 rafforzò queste posizioni e nel 1878 si giunse ad adottare un primo provvedimento protezionista, applicando una tariffa volta principalmente a proteggere i prodotti tessili e, in parte, quelli siderurgici. Non si trattava ancora di una "scelta strategica", tale da qualificare il modello economico, quanto piuttosto di un provvedimento assunto sotto la spinta della situazione contingente. In seguito, l'approfondirsi della crisi industriale e soprattutto le crisi agrarie, spinsero alla creazione di barriere doganali sempre più solide. L'invasione dei mercati europei da parte del grano americano andava infatti sconvolgendo il mondo agrario, tanto che nella seconda metà degli anni settanta determinò una diminuzione della produzione superiore al 20% e un aumento delle importazioni da 1,5 a 10 milioni di quintali, che indussero profonde trasformazioni nella società rurale. Ciò portò ad un ampliamento del fronte protezionista: non soltanto il gruppo industrialista, ma anche le grandi imprese capitaliste agrarie della Pianura Padana e gli esponenti della proprietà terriera meridionale incominciarono a rivendicare energicamente il dazio sul grano. La protezione sul grano, incidendo direttamente sul prezzo del pane e in generale degli alimentari, tendeva a innescare una pressione verso l'alto dei salari industriali. Tuttavia le agitazioni sociali che seguirono all'aumento del costo della vita furono affrontate con mano dura da imprenditori e governo, cosicché il protezionismo agrario si risolse più in un peggioramento delle condizioni dei lavoratori che in un aumento dei costi di produzione. Non mancarono effetti negativi. Per quanto riguarda l'agricoltura, il dazio sul grano contribuì a frenare, piuttosto che a stimolare, la modernizzazione. Furono infatti favorite la granicoltura (produzione protetta), accrescendo "il peso specifico di una coltura relativamente povera ed estensiva", e la coltivazione delle barbabietole da zucchero, creando una grave crisi di sovrapproduzione. Furono invece danneggiati, a causa della guerra commerciale con la Francia, i produttori di vino, olio e agrumi. Da questa politica trasse quindi vantaggio la grande proprietà assenteista meridionale, specializzata nella produzione cerealicola, mentre furono rallentati i processi di modernizzazione delle imprese capitaliste agrarie del Nord, caratterizzate da una diversificazione produttiva e da coltivazioni intensive. Un gran numero di piccoli proprietari dovette soccombere e fu definitivamente chiusa ogni prospettiva di "democrazia rurale", fondata sull'impresa agricola familiare, assunta come sede privilegiata dell'accumulazione. Eppure va sottolineato che il rifiuto del protezionismo agricolo, in un paese gremito di piccoli e minimi produttori di cereali, avrebbe comportato in ogni caso una crisi sociale assai più vasta e più rovinosa, per le masse contadine, di quella che pur si ebbe e che cacciò dalle campagne e dall'Italia tanti milioni di braccia inutilizzabili (emigrazione). Il punto massimo di protezionismo si ebbe nell'aprile del 1887 quando furono adottate delle nuove tariffe doganali che aumentavano sostanziosamente i dazi per le importazioni di prodotti di cotone e di lana, e stabilivano nel contempo nuove protezioni per l'industria siderurgica e chimica e per alcuni settori di quella meccanica.