La Scristianizzazione


Scristianizzazione

Caduto il trono, sembrava che l’ora del Quarto stato, cioè dei sanculotti fosse giunta. Ma il potere restava nelle mani di un partito della borghesia agiata: i girondini. Di fronte alla minaccia di un’occupazione straniera, di fronte alla possibilità concreta di costringere la borghesia ad accettare riforme più radicali e più coerenti con gli ideali rivoluzionari, qualsiasi tentativo di sottrarsi al proprio dovere di patriota e di cittadino democratico rischiava di passare per un atto controrivoluzionario. Se prima del 10 agosto 1792 l’atteggiamento del clero refrattario poteva in qualche modo essere giustificato, ora non può più esserlo. Gli stessi foglianti, che in parlamento rappresentano la destra, rivendicano la pace religiosa più che altro con intenti restaurativi. Già il 17 ottobre 1791 l’Assemblea legislativa aveva deciso di chiudere le due grandi scuole di teologia, il collegio di Navarra e la Sorbona, i cui maestri, a maggioranza, avevano rifiutato il giuramento. Fouchet, vescovo costituzionale, richiese la soppressione di qualsiasi pensione e di qualsiasi trattamento economico per tutti i preti ostili al giuramento. Il 29 novembre l’Assemblea era stata costretta ad adottare misure d’urgenza per reprimere i tumulti provocati dai refrattari nei dipartimenti dell’ovest (ad Avignone era stato ucciso un rivoluzionario). Il decreto, cui il re oppose il veto, esigeva da tutti i preti un nuovo giuramento civico: in caso contrario sarebbero stati ritenuti "sospetti di rivolta contro la legge e di ribellione alla patria". Era infatti inevitabile che il pericolo proveniente dalle regioni di frontiera portasse a supporre rapporti di collusione dei preti refrattari con la reazione europea, e le prove non mancavano. Quando poi la guerra con l’Austria evidenziò in un primo momento i forti limiti dell’esercito francesi, immediatamente venne lanciata l’accusa di "tradimento". Si diffuse così la voce che i refrattari, pur non parlando pubblicamente contro la Costituzione, lo facessero in privato, servendosi del confessionale: la propaganda di quest’ultimi, svolta soprattutto tra le famiglie contadine, si serviva dell’idea che i preti giurati erano scismatici, per cui i loro sacramenti non erano validi. La conseguenza fu che il 27 maggio 1792 l’Assemblea, che da Costituente s’era trasformata in Legislativa, autorizzò i direttori dipartimentali a deportare in Guyana, su domanda di 20 cittadini attivi o in seguito a una denuncia, ogni prete che non avesse giurato la Costituzione civile. Un provvedimento davvero pesante: chi più lo pretese, tra i vescovi presenti in aula, fu Claude Fouchet. Dopo il crollo della monarchia, il 10 agosto, le repressioni si diffusero a macchia d’olio. Il 16 agosto, la Comune insurrezionale di Parigi (l’organo che determinò, in ultima istanza, la deposizione del re) proibì le processioni e ogni esteriorità di culto. Il 18 vengono sciolte le congregazioni maschili e femminili socialmente utili, che la Costituente aveva risparmiato, e si rinnova al clero il divieto di portare l’abito talare al di fuori dell’esercizio ministeriale. Il 26 l’Assemblea dà 15 giorni di tempo ai refrattari per abbandonare la Francia, minacciandoli di deportazione. Danton sostiene la necessità di adottare il sistema delle "visite domiciliari" per requisire le armi e arrestare i traditori, preti o nobili che siano. Il 2 settembre, nel timore che i "traditori della patria" possano organizzare -e già lo vanno facendo- una rivolta carceraria, approfittando della crisi generale della rivoluzione e in particolare della presenza prussiana a Verdun, vengono giustiziate circa 1.400 persone, fra cui più di 200 preti. Il 20 settembre la Convenzione, succeduta a un’Assemblea legislativa screditatasi con i tragici fatti del Campo di Marte, sancisce per le municipalità, dopo aver decretato la Repubblica, la laicizzazione dello stato civile e il divieto per i sacerdoti di tenere qualunque registro: battesimi, matrimoni e funerali religiosi non avrebbero più avuto alcun valore legale. Questa la prima vera tappa sulla via della separazione fra Stato e chiesa. Nello stesso giorno venne istituito il divorzio. Per le esigenze della guerra si cominciarono a requisire le campane e le argenterie delle chiese anche ai preti costituzionali, i quali chiedendo di evitare una rigorosa applicazione della legge contro i refrattari e simpatizzando spesso per il federalismo, rischiavano di perdere le simpatie dei repubblicani. Significativa, a tale proposito, è una lettera del vescovo giurato Ch. de la Font de Savine, indirizzata ai ministro dell’Interno, Roland, ove si manifesta l’idea, assai lungimirante, che "anche la Costituzione civile del clero sta per finire. E’ evidente che lo Stato, come conseguenza necessaria dei suoi principi, diventerà del tutto estraneo alle cose della religione; che lo stipendio attribuito ai ministri cattolici sarà considerato nient’altro che la corresponsione di una pensione e un indennizzo simbolico dei beni che possedevano; che le leggi di tolleranza totale sono incompatibili col privilegio di una spesa pubblica accordata esclusivamente ad una confessione, così come non avrà senso una regolamentazione della gerarchia determinata dalle leggi. La Convenzione abrogherà inevitabilmente questa Costituzione". Di qui la richiesta di non punire i vescovi che non l’avevano accettata. Ma il ministro dell’Interno non poteva, dopo il ’10 agosto’, permettersi il lusso di entrare nel merito di queste pur giuste osservazioni, per cui intimò al vescovo, con una risposta molto secca e burocratica, di continuare a vigilare sull’applicazione della legge. In pratica la chiesa costituzionale era diventata una mera appendice funzionale dello Stato. Essa stessa, d’altra parte, aveva contribuito a questa sua progressiva involuzione ostacolando la laicizzazione della società civile. Impossibilitati a ottenere con la forza dei decreti una chiesa fedele a uno Stato progressista, i costituenti cercavano ora di costringerla con la forza delle armi. 30.000 ecclesiastici scelsero la strada dell’emigrazione, soprattutto verso l’Inghilterra e gli stati pontifici, ove l’accoglienza era migliore, sebbene nei territori della chiesa venisse loro imposto un giuramento di obbedienza alle bolle papali contro giansenismo e gallicanesimo. Correnti quest’ultime per le quali invece la Spagna, a differenza dell’Austria, impedì loro di dedicarsi a qualunque attività religiosa, tranne la celebrazione della messa. In Svizzera e in Germania gli esuli vivranno in ristrettezze, mentre addirittura dall’Olanda e dal Belgio saranno cacciati dopo l’occupazione francese. Purtroppo la rivoluzione ancora non era in grado di distinguere il cittadino dal credente: se prima del 10 agosto non era riuscita a farlo, dopo, con l’eversione in atto da affrontare, non si poteva neanche immaginarlo. Al contrario, essa cercava d’imporre alla coscienza dei cattolici un’immagine di ’cittadino-credente’ conforme agli ideali rivoluzionari, alla volontà del governo. Non riuscendo a delimitare la partecipazione di tutti i credenti (cattolici e riformati, giurati e refrattari) alle questioni più strettamente sociali ed economiche, la rivoluzione inevitabilmente si sentiva indotta ad estendere le sue competenze anche alle questioni che più da vicino riguardavano l’ideologia religiosa (come ad es. il matrimonio dei preti). Se a questo si aggiunge -come vuole D. Guérin- che la borghesia, inizialmente, si servì del terrore per bloccare il potenziale rivoluzionario del proletariato lanciandolo contro il clero, si comprende in definitiva perché lo Stato, convinto della giustezza dei suoi principi, finisse con l’obbligare la chiesa non solo a rispettare le leggi ma anche a modificare le proprie. Cioè si comprende perché da un lato i costituenti subordinavano la politica alla loro ideologia, mentre dall’altro impedivano alla società di esprimere ideologie diverse: il che peraltro contraddiceva al dettato della Dichiarazione dei diritti, secondo cui "Nessuno può essere perseguitato per le sue opinioni, anche religiose". La Convenzione puntò tutte le sue carte sulla realizzazione del fine strategico e dimenticò i fini intermedi, quelli che si ottengono con la tattica. Quando poi si ha la pretesa di realizzare determinati obiettivi senza l’appoggio sicuro e concreto delle masse; quando la crisi economica invece di risolversi si acuisce, ecco che forze controrivoluzionarie (in questo caso i preti refrattari) possono facilmente sfruttare i sentimenti religiosi della gente meno cosciente e più marginale, indirizzandoli verso una protesta sociale e politica destabilizzante. Fu appunto questo il caso della rivolta in Vandea, dove -come disse il vescovo costituzionale Grégoire- "preti scellerati in nome del cielo predicano il massacro". Scoppiata nel marzo 1793, prendendo a pretesto il rifiuto della coscrizione obbligatoria per fronteggiare l’offensiva austro-prussiana, questa insurrezione, in cui vennero coinvolti popolani dalla mentalità rozza e primitiva ma con esigenze reali di democratizzazione, e che trovò un certo seguito in altre regioni occidentali della Francia, dimostrò assai chiaramente come provvedimenti giusti, privi di consenso popolare sufficientemente vasto, possono ben presto trasformarsi in azioni sbagliate e controproducenti. Tanto che ancora oggi la storiografia cattolica vede in questa guerra civile il paradigma del vero contenuto dei rapporti che la rivoluzione voleva stabilire con la religione. Lo storico P. Chaunu l’ha paragonata a un genocidio di tipo ’nazista’ e, come lui, altri storici hanno espresso giudizi fortemente negativi (ad es. R. Secher, C. Tilly, J. Huguet, J.C. Martin, R. Dupuy). Partendo da pregiudizi antirivoluzionari, è senza dubbio difficile accettare l’idea che durante una rivoluzione possano essere compiuti degli abusi (in questo caso peraltro i motivi erano gravissimi) e che in tali abusi la ragione non stia tutta dalla parte di chi li subisce (come noto la guerra civile scoppiò quando all’arruolamento coatto i contadini inferociti di Machecoul risposero massacrando centinaia di patrioti repubblicani).E comunque sostenere che proprio in nome di questi abusi la rivoluzione non andava fatta, significa sconfessare non uno ma tutti gli ideali che l’hanno generata, significa cioè mettersi dalla parte di chi, ancora oggi, non vuole alcun mutamento sociale e politico. La dura repressione subìta in questo frangente dai refrattari, ha potuto facilmente offrire allo storico Mezzadri (più ’prete’ che ’storico’ in verità) l’occasione per sostenere che i 374 ’martiri’ finora riconosciuti e gli altri 500 in corso di beatificazione "rinnovano le pagine epiche del cristianesimo primitivo", proprio quello stesso cristianesimo che anche i costituzionali erano convinti di rinnovare! A dispetto di una qualunque indagine storica che sia un po’ seria, la storiografia cattolica non ha scrupoli nel mettere sullo stesso piano cristiani progressisti e conservatori, governi rivoluzionari e reazionari. Questo perchè rifiuta categoricamente di vedere in tale esplosione di protesta motivi di carattere socio-economico. Sia come sia, "l’insurrezione della Vandea - ha scritto Soboul- costituì la manifestazione più pericolosa di tutte le resistenze incontrate dalla rivoluzione e del malcontento delle masse contadine". Essa contribuì fortemente ad accelerare la caduta della Gironda. Una settimana dopo lo scoppio di questa rivolta integralista e filomonarchica, il governo girondino aveva decretato che i refrattari rimasti in patria sarebbero stati giudicati da un tribunale militare e condannati a morte nel giro di 24 ore. Ma ormai la Gironda non era più in grado di scongiurare i pericoli che minacciavano il paese (sconfitte militari in Belgio e sul Reno, scarsità di viveri, moneta svalutata, disoccupazione in ascesa). I girondini gridavano alla dittatura ma, sotto la spinta della pressione popolare, il potere venne preso dai montagnardi, espressione della piccola borghesia commerciale e artigiana (giugno 1793). I compiti che il nuovo governo dovette affrontare erano enormi: alla rivolta vandeana s’era aggiunta quella federalista e l’invasione straniera, per non parlare della crisi economica che continuava a peggiorare. Arrabbiati, hébertisti e giacobini si misero quasi subito ad accusare i montagnardi di scarsa sensibilità per le necessità dei sanculotti (il popolo minuto). Dopo pochi mesi infatti, le forti esigenze economiche portarono quest’ultimi al trionfo politico e al tentativo di organizzare una dittatura giacobina di salute pubblica. Nasce così il Terrore e all’interno di questa campagna si scatena un processo di scristianizzazione che dilaga in tutto il paese. Principale fautore dell’iniziativa fu P.G. Chaumette, del partito hébertista. La scristianizzazione fu determinata non solo dalle profonde radici anticlericali sottese alla politica religiosa che il governo rivoluzionari aveva manifestato sin dallo scisma della chiesa costituzionale, ma anche dal desiderio dei sanculotti di por fine una volta per sempre (con metodi senza dubbio discutibili ma temporaneamente efficaci) alle mire controrivoluzionarie dei refrattari e allo schieramento moderato di molti costituzionali favorevoli alla Gironda e al federalismo. Nel contempo emergevano esigenze di ordine pratico, come la ricerca dei metalli preziosi per sostenere gli assegnati e del bronzo delle campane per costruire cannoni. Va detto inoltre che si stava facendo sempre più strada la volontà di organizzare una sorta di ’culto civico’, puramente laico, la cui festa dell’Unità e Indivisibilità del 10 agosto 1793 sarebbe stato l’esempio più significativo, prima della proposta di Robespierre d’istituire il culto dell’Essere Supremo. Se almeno su un aspetto borghesia rivoluzionaria e avanguardia popolare andavano d’accordo era senz’altro questo: la declericalizzazione della vita quotidiana. Forse anzi si può dire che buona parte dei rivoluzionari (incluso Robespierre) si illuse di poter risolvere i molti problemi sociali di quel tempo cercando una convergenza ideale fra borghesia e sanculotti sul terreno dell’anticlericalismo. La scristianizzazione vera e propria si affermò all’inizio nei dipartimenti, sotto la spinta di alcuni rappresentanti della Convenzione, mandati in missione speciale nelle province in rivolta, ma la Convenzione non fece nulla per impedirla o circoscriverla. La storiografia cattolica è solita dire che la scristianizzazione fu opera soprattutto delle frange estremiste della borghesia, che volevano offrire un diversivo al proletariato nei confronti del quale non riuscivano a garantire le riforme richieste e promesse. Tale giudizio è senz’altro parziale e riduttivo, sia perché non si tiene conto dell’effettivo pericolo causato alla nazione dalla lotta eversiva dei preti refrattari a fianco dei nobili e dei monarchici, sia perché non si considera che uno spirito ideologico fortemente anticlericale caratterizzava i rivoluzionari nella loro globalità, tanto che -e lo vedremo- la reazione termidoriana non sarà, agli inizi, meno intollerante della dittatura giacobina in materia di libertà religiosa. Considerato però astrattamente, il giudizio pesca nel vero, e lo dimostra il fatto che di lì a poco lo stesso Robespierre si renderà conto che la forte campagna anticristiana rischiava di conseguire un effetto opposto a quello voluto, e cioè un ulteriore progresso della resistenza cattolica conservatrice, fino allo sbocco controrivoluzionario registratosi in Vandea. In sostanza, di quale campagna si trattò? Anzitutto si decise, nell’ottobre 1793, l’adozione del calendario rivoluzionario, che divideva il mese in tre decadi, facendo partire l’anno dal 22 settembre 1792, cioè dal giorno successivo alla proclamazione della repubblica; in secondo luogo, si sostituirono, con feste civiche e con il culto dei martiri della libertà (il primo dei quali era Marat), il tradizionale culto dei santi e le feste religiose del calendario gregoriano. Ciò implicava, per la Convenzione, l’eliminazione di tutte le insegne religiose che si trovavano sulle strade, nelle piazze e nei luoghi pubblici, nonché la sostituzione di tutti i nomi, comuni e propri, che ricordassero le tradizioni cristiane, e la sconsacrazione di tutti gli edifici di culto (a volte in verità anche la loro distruzione, tanto che il vescovo Grégoire si sentì in dovere di protestare vivacemente: a lui peraltro si deve il neologismo di "vandalismo"). Oltre a ciò, si recepì positivamente la sentenza di un tribunale del distretto di Langeais, che imponeva a un prete giurato di celebrare il sacramento del matrimonio a un prete già sposato in civile (11 settembre 1793). Il tribunale - si legge in essa- considerava "immorale e impolitico consentire ai ministri del culto cattolico di rifiutare arbitrariamente la consacrazione del matrimonio -soprattutto ai preti che si sposano- col pretesto che il matrimonio è incompatibile con l’ordine". Detto altrimenti: "I ministri religiosi non debbono porsi come giudici della verità della professione di chi si dice appartenente alla loro confessione". Il che in pratica significava che la chiesa costituzionale doveva sentirsi costretta a celebrare le nozze anche ai sacerdoti, ai religiosi e ai divorziati che, pur privi di alcuna dispensa, lo richiedessero. Disposizione, questa, che, a giudizio del Rops, portava dritta dritta al "crollo delle fondamenta della società cristiana"! Non è però assolutamente vero -come vuole Dansette- che "la rivoluzione sottomise lo spirituale al temporale, mentre l’antico regime conformava il temporale allo spirituale". La sottomissione e la conformazione dell’uno all’altro erano praticate da entrambi i regimi: la differenza stava nel fatto che la rivoluzione era progressista e l’ancien régime conservatore (ad es. quest’ultimo considerava il divieto del divorzio valido anche per lo stato civile, quella invece pretendeva di autorizzare il divorzio anche per lo stato religioso). Gli eventi successivi alla rivoluzione si sono poi incaricati di dimostrare che una sottomissione e una conformazione di questo genere, neppure il regime politico più progressista è in grado di giustificarle. Ma forse l’iniziativa più interessante, in questo periodo, sul piano dei riti rivoluzionari, fu quella d’istituire il culto della Ragione, che è una conseguenza dell’operazione dello "spretamento". L’idea, promossa dai circoli giacobini e dalla comune di Parigi (in particolare da Hébert, J.B. Cloots, barone renano di origine olandese, e Pereira, ebreo portoghese di Amsterdam), avrebbe dovuto, stando al progetto originario, tenere uniti i credenti di ogni confessione in un minimo di fede deista. Tuttavia, quelli che la misero in pratica (soprattutto Chaumette) le impressero una forma nettamente ateista, col proposito di liquidare la chiesa costituzionale, tanto che ad un certo punto gli edifici ecclesiastici vennero trasformati in templi della dea Ragione e della Libertà, e si propose la fine delle sovvenzioni statali al clero. "Non ci sono più preti, non ci sono più dèi all’infuori di quelli che la natura ci offre", così Chaumette giustificava l’iniziativa. Questi giacobini estremisti emanarono una serie di decreti coi quali si intimava a tutti i chierici di abiurare al loro sacerdozio. L’arcivescovo di Parigi, J.B. Gobel, diede l’esempio di questa solenne apostasia, pronunciando un famoso discorso alle Tuileries. Per chi, come lui, aveva seguito con passione e avvedutezza (con "opportunismo", direbbe lo storico cattolico) le vicende rivoluzionarie sin dalle prime battute, mantenendosi disponibile a rivedere le proprie posizioni teoriche e politiche, l’abiura del cattolicesimo appariva come una logica e naturale conseguenza. "Ora che la libertà avanza a grandi passi -egli disse-, ora che non deve esistere altro culto nazionale che quello della libertà e dell’uguaglianza, io rinuncio alle funzioni di ministro del culto cattolico". Al che il presidente dell’Assemblea rispose che ora i ministri non dovevano avere altro desiderio "che quello di predicare la pratica delle virtù sociali e morali". Una convinzione, questa, senza dubbio degna di rilievo, ma patrimonio purtroppo solo di una ristretta minoranza di intellettuali progressisti (gli abdicatari furono tra i 10 e i 20.000), la cui fretta di volerla imporre alla nazione intera non poteva portare che a risultati disastrosi. Lo stesso Gobel, che pur in carcere ritratterà l’abiura, finirà coinvolto e vittima di questa intransigenza ideologica in occasione del processo per "empietà" e "ateismo" a Chaumette. In una seduta del club giacobino, Robespierre accusò gli hébertisti d’essere "assoldati dalle corti straniere per risvegliare il fanatismo". Sulla base di una sua proposta la Convenzione decretò nuovamente il 6 dicembre 1793 la libertà dei culti, riservandosi il diritto di colpire "tutti coloro che tentassero di abusare del pretesto della religione per compromettere la causa della libertà". Ma pochi giorni dopo essa affermò di non voler porre rimedio alle misure prese in precedenza, per cui la scristianizzazione continuerà almeno sino al 7 maggio 1794, allorché la Convenzione deciderà di adottare il culto dell’Essere Supremo. La libertà dei culti, questa volta, verrà affermata solennemente, con la riserva, legittima, che "ogni riunione contraria all’ordine pubblico sarà repressa". L’adozione di questo nuovo culto, conforme alla filosofia rousseauviana del leader giacobino, marciò di pari passo con le vittorie della rivoluzione sul movimento federalista, vandeano e straniero. Questo fu il momento migliore della rivoluzione, ma anche quello più breve.